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Filosofia di un Pusher

Ciro era uno spacciatore di seconda generazione; il padre Gennaro, prima di lui, aveva esercitato la professione per anni, prima di finire ammazzato in una banale rapina in un supermercato. Il figlio Ciro, più prudente, si dedicava esclusivamente allo spaccio. Aveva iniziato dopo la morte del padre, a soli quindici anni, essendo rimasto l’unico maschio in una famiglia che contava, oltre alla vedova, altre tre donne, due sorelle e una nonna, praticamente immortale.
All’inizio fu aiutato da alcuni amici del genitore scomparso che lo introdussero nel giro giusto. Le spiccate doti di autonomia e la dedizione al lavoro avevano poi fatto decollare la sua carriera. Da semplice vedetta nelle piazze di spaccio di Secondigliano, era diventato un libero professionista con una clientela fedele e selezionata. Il lavoro, anche se molto remunerativo, non era purtroppo esente da rischi. A soli venticinque anni era già alla terza condanna; un vero record e una evidente smentita della lentezza della giustizia italiana e, anche se aveva sempre scelto il rito abbreviato, si trattava comunque di un primato. Gli restavano da scontare tre anni prima di accedere alle agevolazioni di legge per buona condotta, escluso indulti e bonus vari che, per fortuna, il Governo non faceva mai mancare.
Nel carcere di Urzignano era ufficialmente adibito alla gestione dei prestiti della biblioteca, compito che rendeva estremamente semplice l’attività di spaccio ai detenuti bisognosi.
Le guardie fingevano di ignorare i suoi traffici, convinte che la sua opera nel penitenziario fosse indispensabile. Nessuno avrebbe potuto garantire l’ordine e la sicurezza se i tossicodipendenti, stipati in celle di pochi metri quadri, insieme ad altri quattro o cinque detenuti, non avessero ricevuto regolarmente le dosi di cui avevano bisogno.  Tra i suoi clienti, oltre ai tossici strafatti di eroina e irrecuperabili, sempre numerosi nelle patrie prigioni, c’erano numerosi consumatori abituali, dediti a droghe più ricercate e meno devastanti e alcune guardie carcerarie, particolarmente bisognose e a cui, per ovvi motivi, praticava generosi sconti.
Ogni giorno, dopo pranzo, prendeva il caffè con il suo amico Armando per poi percorrere, passeggiando e distribuendo libri e riviste, i lunghi corridoi della prigione, interrotti periodicamente dalle pesanti cancellate che dovevano essere aperte e richiuse al loro passaggio. Armando aveva trascorso quasi quarant’anni della sua vita in prigione, era  un secondino di quasi sessanta anni, con una grossa pancia rotonda e due folti baffi brizzolati. Da anni era sul punto di andare in pensione, ma veniva puntualmente beffato dall’ennesima riforma del sistema pensionistico nazionale che allontanava, anno dopo anno, il fatidico traguardo;
– Brigadiè, quanti anni avete scontato ca ‘dintr?
Chiese Ciro sfottente;
– Guagliò, io qua ci lavoro mica ci sto rinchiuso comma a te!
– Si vabbuò Brigadiè, diciamo che a voi vi hanno dato la semilibertà, ma al contrario: e juorn state dintra e a sera potete andà a casa vostra a durmì. Sempre carcerato siete, brigadiere mio.
– Cirù, tu oggi tieni voglia ‘e scherzà. Intanto è la terza volta che mi vieni a trovare qua al gabbio; si vede che il posto ti piace!
– E che ce vulite fa Brigadiè, io faccio comma a voi, sto un poco dentro e un poco fuori. Io spacciatore sono, faccio il lavoro mio, dentro o fuori semp o stess’ rimane.
Il Brigadiere scelto Armando ben sapeva dell’attività di Ciro all’interno delle mura del carcere ma, come i suoi colleghi, lasciava fare. Anni prima un direttore giovane e inesperto, aveva preteso di punire severamente lo spaccio all’interno del penitenziario, col risultato di   innescare una rivolta durante la quale un detenuto ci aveva quasi rimesso la vita. Quel dirigente era stato prontamente trasferito ad altro incarico e la routine ristabilita per il bene di tutti.
– Ciro, tu non ti devi dimenticare chi sono io. Non è che mo’ ti metti a spacciare nn’anz a me come se niente fosse, io qua dentro rappresento la legge, nun tò scurdà!
– P’ carità brigadiè e quando mai, io lo so che non vi devo mettere in imbarazzo, mica so cossì strunz!
– Ma poi, dico io, sta droga, io non capisco perché se la devono piglià. Si facessero un bicchiere di vino e ‘na sigaretta come faccio io e se la passerebbero bene lo stesso.
– Brigadiè, vino e sigarette pure droghe so’? Solo che so’ legali  e i soldi se li piglia lo Stato.
– Si vabbuò, mo vuoi mettere a paragone l’eroina cu nu bicchiere e vino?
– Uno no, brigadiè, ma dieci si. Se voi vi scolate un litro di vino e poi vi mettete a guidare siete pericoloso comma nu drogato che s’è appena fatto na spada.
– Ciro ma che stai a dì, il vino nun fa male, la droga si!
– Don Armà avete mai sentito parlare di cirrosi epatica o magari pensate che quelle belle sigarette senza filtro che ci fumiamo dopo il caffè ai polmoni ci fanno bene?
– Tu c’hai raggione, Ciro mio, ma lo Stato mica si può mettere a fare lo spacciatore, e che schifezza sarebbe?
– Per me, na schifezza sarebbe di sicuro, cchiù nera da mezzanotte, brigadiè, dopo tanti anni di onesto lavoro m’arritruass disoccupato e senza manco la cassa integrazione; pe quelli comma a me nun è prevista!
Ancora discorrendo con Armando, Ciro si allontana per consegnare un libro a un detenuto in una cella la vicino; sotto la quarta di copertina infila sapientemente una piccola bustina. Il libro passa rapidamente di mano attraverso le sbarre mentre Ciro china rispettosamente il capo salutando l’uomo che lo prende in consegna.
– Bbona gioventù e mala vecchiaia! Avete visto a Don Raffaele Brigadiè? Fuori di qua era un Dio, rispettato e voluto bene da tutti, e adesso passa la vecchiaia rinchiuso come un pollo.
– Ma qua voluto bene, Ciro? Chillu è nu camurrista, ha accis nu sacc e persone e qua deve scontare l’ergastolo.
– ‘O sacc, ‘o sacc! Però Don Rafaè, prima, era una potenza. Quando io ero ragazzo e Don Raffaele veniva nel quartiere era come se arrivava Maradona. Tutti si levavano il cappello e lo salutavano, Iss decideva se nella vita diventavi qualcuno o si restavi nu strunz. A me Don Raffaele m’ha sempre voluto bene!
– Ti voleva tanto bene che siete finiti in prigione tutti e due.
– E che differenza fa Brigadiè, dentro o fuori io campo lo stesso e i soldi alla famiglia mia non mancano mai. Vedete Don Armà, io penso che uno cumma  a me solo il delinquente poteva fare, era già tutto predisposto. La famiglia mia nun c’aveva na lira, mio padre era delinquente e io a scuola non ci sono mai andato.
– Non era meglio se ti trovavi un lavoro onesto e a fine mese di pigliavi nu stipendio, ti sposavi e a quest’ora c’avevi i figli tuoi che la sera t’aspettavano a casa?
– Voi sognate Don Armà, ste cose esistono solo in televisione. Io c’ho pensato a lungo a quello che dite voi e mi sono fatto un pensiero tutto mio.
– Ma non mi dire? Sono proprio curioso di sentire la filosofia del “pusher”
– E che’rè sto Pusher Brigadiè?
– Sei tu Ciro, Pusher in inglese vuol dire spacciatore.
– U Maronna! Brigadiè e parlate come mangiate, io le lingue non le pratico.
Così discorrendo i due avevano raggiunto nuovamente la stanzetta in cima al corridoio dove abitualmente preparavano il caffè. L’aria era pregna dell’odore proveniente dalla caffettiera ancora calda e mentre Ciro parlava il Brigadiere Armando si apprestò a preparane un altro, dal momento che il discorso sembrava promettere bene e meritava tutta la sua attenzione.
– Io la vedo in questo modo Don Armà. Al Governo gli conviene che a Napoli e in tante città d’Italia, sopratutto al sud, ci stanno un sacco di disoccupati e di delinquenti comma a me. Se tutti c’avessimo un lavoro onesto loro non conterebbero chiù niente; mi seguite brigadiè?
– No Ciro ma tu continua, voglio proprio vedere dove vai a parare.
– Fate conto che la droga non fosse più proibita ma addiventasse legale, come l’alcool e le sigarette. Ve lo immaginate voi che succederebbe a Napoli? Una rivoluzione. Di colpo ci sarebbero migliaia di disoccupati e alla camorra gli mancherebbero pure i soldi per gli stipendi dei detenuti. Na tragedia Brigadiè. In un colpo solo lo Stato avrebbe vinto la guerra con la camorra ma si troverebbe mezza città senza più lavoro.
– Quindi la droga secondo te è proibita solo per un fatto occupazionale, diciamo così e per finanziare la camorra.
– Sicuro, vedete che lo capite pure voi! La camorra, a Napoli, serve, per i voti e perché dà lavoro, ma precario. E ai politici quello gli serve, voti e popolo bisognoso di favori. Loro ci campano su questo. Se a quelli come a me gli dessero casa e lavoro i voti poi a chi li vanno a chiedere?
– Ciro mi pare che la tua filosofia è un poco campata in aria.
– E allora ditemi voi Brigadiè perchè la droga non la vendono come le sigarette e la lasciano vendere a me? In Italia la droga non è proibita veramente! La potete trovare dove e quando volete. Pure i piccerelli se la possono comprare. Quelli comma a me, i pusher come li chiamate voi, arrivano dappertutto: per strada, in carcere, negli uffici a Milano, nei night club e pure in Parlamento, che vi credete?
– Si vabbuò ma si tratta di un reato.
– Ma qua reato e reato Don Armà, lo volete capire o no che in carcere per droga ci vanno a finire solo i pesci piccoli comma a me o i disgraziati extracomunitari. I colleghi miei, quelli grossi, quelli che c’hanno il giro a Milano o nei palazzi importanti di Roma, quelli non  li tocca nessuno! La droga è reato solo per i poveri cristi, la verità è che serve a finanziare quello che non si può finanziare e s’avessa invece combattere.
Mentre versava il caffè caldo nelle tazze il Brigadiere Armando sorrideva bonario. 
– Ciro, Ciro che fantasia ca tieni!
– Brigadiè io pure non mi facevo capace del perché lo Stato, il business della droga, lo lasciava in mano ai delinquenti comma a me. Voi lo conoscete Al Capone?
– E chi non lo conosce, ho visto pure il film co quell’attore americano, De Niro.
– Ebbene Don Armando, Al Capone gli affari, con gli alcolici, li faceva quando erano proibiti mica quando so’ diventati legali?
– Ho capito che vuoi dire Ciro ma la tua filosofia fa acqua da tutte le parti, tu ti immagini le cose e poi ci credi pure.
– E no Don Armà, questo non me lo dovete dire. Io quando dico una cosa è perché ci ho pensato a lungo e siccome che non sono molto istruito ci penso il doppio così mi allevo tutti i dubbi che mi possono venire.
– Io non ti voglio offendere Ciro mio, ma co tutta l’ammuina che fa lo Stato per combattere il traffico di stupefacenti mi vieni a dire che in realtà sta guerra non la vuole vincere?
– E’ proprio come dite voi Brigadiè. Se lo Stato la guerra la voleva vincere bastava che faceva due cose: legalizzava il commercio della droga e ai poveri cristi comma a me gli dava un lavoro. Ma voi vi credete che a me mi piace vendere sta merda ai tossici?
– Non lo so se ti piace ma di certo non hai mai cercato di fare altro in vita tua.
Ciro rimase seduto al tavolo guardando il Brigadiere scelto Armando dritto negli occhi.
Poi disse con tono risoluto  :
– Don Armà, quello che voi non volete capire è che i disoccupati e i poveracci comma a me, a quelli che comandano, in Italia e pure fuori, gli servono! Se il governo ‘u vulisse veramente, la disoccupazione la farebbe sparire in un giorno e le mafie sparirebbero in due giorni per mancanza di personale.
– Tu sogni Ciro, dove li piglia lo Stato i soldi per dare il lavoro a tutti? Se li inventa?
– Non lo so dove li piglia i soldi, per me li può pigliare dove li ha pigliati quando ci fu il terremoto in Irpinia! Allora di soldi ne arrivarono a camionate intere.
– Si vabbuò, Ciro, ma allora c’era la Lira e di quella ne potevamo avere quanta ne volevamo, mo c’è l’Euro e mi sa che non è la stessa cosa.
– E voi vi siete mai chiesto, Brigadiere mio bello, come mai mo ci sta l’Euro al posto di quella benedetta Lira?


 

di Michele Signa
 
Nota: desidero precisare che fatti, luoghi e personaggi sono frutto di fantasia e non fanno in alcun modo riferimento a persone, luoghi e avvenimenti reali.

Scritto da Redazione

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