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Julian Assange, ultima frontiera della libertà d’espressione

di Stefano Zecchinelli

“Tu fraintendi i fatti”, disse il sacerdote, “la sentenza non arriva all’improvviso: il processo si trasforma a poco a poco nella sentenza’’ Franz Kafka

Stefano Zecchinelli

Il processo kafkiano al giornalista australiano Julian Assange ha prodotto una prima sentenza solo apparentemente giusta: la giudice Vanessa Baraitser s’è pronunciata contro la richiesta d’estradizione avanzata dal complesso militar-industriale USA, ma non per le ragioni per le quali avrebbe dovuto: riconoscimento dei crimini di guerra dell’establishment politico-militare anglo-statunitense, difesa della libertà d’espressione e d’informazione. La giudice non s’è limitata a riconoscere la legittimità della richiesta d’estradizione, ma ha definito il fondatore di Wikileaks ‘’pazzo’’: Julian Assange non verrà estradato perché – a detta dell’accusa – ‘’troppo pazzo’’ e, come se non bastasse, la magistratura inglese ha rigettato la richiesta di rilascio su cauzione: ingiustizia è fatta.

Il processo a Julian è la vittoria di Kafka

Il presidente della MEAA sindacato dei giornalisti australiani, Marcus Strom, ha rilasciato  una dichiarazione – citata in un eccellente articolo dalla giornalista e blogger Caitlin Johstone – che inquadra molto bene la gravità della situazione:

“Julian ha dovuto sopportare dieci anni di calvario per aver rivelato informazioni di interesse pubblico e questo ha avuto un impatto immenso sulla sua salute mentale e fisica.

Ma siamo costernati dal fatto che il giudice, in nessuna delle sue dichiarazioni odierne, abbia mostrato anche il minimo interesse per la libertà di stampa e che, invece, abbia a tutti gli effetti accettato le argomentazioni statunitensi secondo cui i giornalisti possono essere perseguiti per aver denunciato crimini di guerra e altri segreti governativi e per aver protetto le loro fonti,” continua: “Le rivelazioni per le quali [Assange] è stato perseguito erano state pubblicate da WikiLeaks un decennio fa e avevano portato alla luce crimini di guerra e altre azioni vergognose commesse dal governo degli Stati Uniti. Erano chiaramente nell’interesse pubblico. Il caso contro Assange è sempre stato di natura politica e il suo intento è quello di limitare la libertà di parola, criminalizzare il giornalismo e inviare il chiaro messaggio ai futuri informatori e a chi pubblicherà le loro rivelazioni che anch’essi saranno puniti se oseranno sgarrare.”

Che cosa occulta lo stato profondo anglo-statunitense (di cui Trump fa parte) al mondo? 

  • Problematiche come la guerra, il neocolonialismo, la messa in discussione della sovranità costituzionale sono di pubblico interesse. Dal potenziamento del War State ne consegue l’indebolimento del Welfare State e la transizione neoliberista a ‘’stati falliti’’. Le guerre imperialiste provocano disoccupazione e sfruttamento, proiettando nelle metropoli capitaliste un assaggio della miseria che la borghesia metropolitana anglosassone ha imposto alle nazioni non globalizzate, con cinismo e nella totale indifferenza. 
  • Con la tortura del fondatore di Wikileaks si apre un’epoca kafkiana negli stati-regime occidentali: i dissidenti, da ora in avanti, potranno essere sottoposti a persecuzione giurisdizionale o, nella migliore delle ipotesi, fatti passare per ‘’matti’’, derisi ed emarginati. Ha ragione il giornalista e Premio Pulitzer Glenn Greenwald: la democraticità di un sistema è data da come tratta le proprie dissidenze.

Le email declassificate nel 2010 hanno svelato lo spionaggio USA ai danni di diversi capi di stato occidentali: nessuno di loro ha protestato dinanzi le rappresentanze istituzionali nord-americane, le parole (decisamente arroganti) dello statista democratico Franklin Delano Roosevelt ritornano nel ‘’nord del mondo ’’ attuali ‘’sono dei bastardi, ma sono i nostri bastardi’’. Le email declassificate nel 2011 svelano il vero scopo della guerra in Libia: impedire che l’Africa, attraverso il progetto dell’Unione Africana iniziato da Mandela e proseguito da Gheddafi, avviasse un percorso di decolonizzazione creando una moneta pan-africana alternativa al dollaro ed al franco Cfa imposta dalla Francia a ben 14 colonie. Le osservazioni del giornalista Manlio Dinucci meritano d’essere riportate:

‘’Quello che oggi viene nascosto dai grandi media. Mentre nella guerra del Vietnam degli anni Sessanta i resoconti giornalistici e le immagini delle stragi suscitarono un vasto movimento contro la «sporca guerra», contribuendo alla sconfitta Usa, il giornalismo di guerra è oggi sempre più irreggimentato: ai corrispondenti embedded, al seguito delle truppe, viene mostrato solo ciò che vogliono i comandi, gli unici autorizzati a fornire «informazioni» nei loro briefing. I pochi veri giornalisti operano in condizioni sempre più difficili e rischiose, e spesso i loro resoconti vengono censurati dai grandi media, nei quali domina la narrazione ufficiale degli eventi’’.

Gli analisti di Wikileaks hanno rimesso in discussione la validità del ‘’giornalismo di regime’’ basato sugli scoop spazzatura e la non verifica delle fonti, si tratta d’una forma moderna di Propaganda che copre la corruzione dell’Elite: fazioni neo-oligarchiche in lotta per il potere operano nell’ombra dello Stato profondo, giocandosi la carta della globalizzazione dell’indifferenza. Nelle redazioni dei giornali, i pubblicisti più ambiziosi per accreditarsi presso i grandi editori, dal 2011 ad oggi, hanno rilanciato la spazzatura dell’establishment anglo-statunitense contro Julian, la disinformazione di ‘’sinistra’’ (da notare le virgolette) è di gran lunga più insidiosa rispetto alla volgarità della destra neoimperialista (sottolineatura mia):

‘’La campagna diffamatoria ha pervaso ogni fazione politica in ogni parte dell’alleanza di potere controllata dagli Stati Uniti. Dove non potevano farla franca denigrandolo apertamente, facevano circolare propaganda di destra su Trump e Assange che lavoravano segretamente insieme e sull’estradizione che in realtà era un modo per aiutare Assange, il che equivaleva effettivamente a diffamarlo. La stragrande maggioranza delle opinioni comuni su Assange non sono il risultato del suo lavoro o della vita che ha vissuto, ma di una campagna di propaganda coordinata, la maggior parte della quale ha avuto luogo tra la fine del 2016 e l’arresto di Assange nell’aprile 2019. Le persone semplicemente non ne sono consapevoli, ma sono vittime della propaganda’’ (Caitlin Johnstone, Non dimenticare come il mainstream ha calunniato Assange, pressenza).

La blogger Caitlin Johnstone è una delle voci più autorevoli sul caso Assange, come ha ampiamente dimostrato nell’articolo  Non dimenticare mai come il mainstream ha calunniato Assange. Il giornalista investigativo Max Blumenthal, direttore di The Grayzone, con una inchiesta basata sui documenti pubblicati dall’Alta Corte spagnola, ha dimostrato la connessione tra la Las Vegas Sands società di proprietà del magnate repubblicano Sheldon Adelson (finanziatore di Trump), l’amministrazione Trump, la CIA e la società che ha spiato Assange, UC Global. Chiunque, anche solo per pochi attimi, abbia ipotizzato un legame fra Donald Trump e Wikileaks manca di conoscenze politiche, storiche e di qualsiasi senso delle relazioni socioculturali (Assange è un progressista antimperialista; Trump un tyocon dell’Alt Right): il 90% dei giornalisti anglofoni è incapace di produrre analisi, vive nel distacco permanente dalla realtà fattuale.

Il complesso militar-industriale, dai Clinton a Trump, ha proseguito la guerra del clan Bush contro la Verità. Trump o Biden, Alt Right (il giornalista Premio Pulitzer Chris Hedges utilizza il termine cristiano-fascismo) o ‘’neoconservatori liberali’’ (lo storico marxista Perry Anderson l’ha denominata sinistra invertebrata) cambia ben poco: la vocazione unipolare del Pentagono rischia di condurre il mondo verso una catastrofe termonucleare. L’agenda di Washington per la guerra globale, negli ultimi venticinque anni, ha stravolto il mondo del giornalismo trasformandolo nell’ombra di se stesso e del proprio passato.

Scritto da Redazione

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