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Museo Lombroso di Torino

I sostenitori del Museo Lombroso? Gangemi: “Campioni rappresentativi della criminalità dei colletti bianchi”

 

A tutto campo con il professor Giuseppe Gangemi. Con lui parliamo della controversa questione del cranio del brigante Villella, tuttora esposto presso Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino, e dei retaggi dell’atavismo criminale lombrosiano nell’approccio, ieri come oggi, ai problemi del Mezzogiorno.

È membro del Comitato scientifico della Fondazione Augusto Del Noce (Savigliano-Torino), del Comitato direttivo della Fondazione Giuseppe Capograssi (Roma-Sulmona) e del Comitato scientifico di REGIMEN (Réseau d’Etudes sur la Globalisation et la Gouvernance Internationale et les Mutations de l’Etat et des Nations).

In riferimento all’annosa vicenda del cranio del brigante Villella Lei recentemente ha usato parole molto forti, parlando di «criminalità dei colletti bianchi» a proposito dei sostenitori del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino. Vogliamo esplicitare questo concetto?

In effetti, ho fatto un discorso più intrigante sul piano della logica per poter ricavare delle conclusioni di attualità sul piano politico. Ho cominciato a parlare di responsiveness, cioè di quel tipo di responsabilità che ha dirette implicazioni penali. Questa responsiveness è attribuibile a Cesare Lombroso il quale ha confessato più volte che, con i suoi studenti, andava nei cimiteri a disseppellire cadaveri. Se ne appropriava, violando più leggi del tempo. Aggiungerei che, secondo me, anche la mancata restituzione dei crani del Museo Lombroso si può presumere essere un reato. C’era una legge che disciplinava la concessione di cadaveri e ossa e le vincolava al fatto che, finite le ricerche per cui questi reperti scientifici venivano concessi, questi venissero seppelliti dall’utilizzatore o restituiti. Lombroso, che non ha mai restituito questi reperti e non li ha mai seppelliti, avrebbe violato la legge anche per questo aspetto. Resta da vedere se anche coloro che hanno voluto riaprire il Museo Lombroso potrebbero essersi resi colpevoli di questo ultimo reato. Infatti, continuano a non restituire quei miseri resti. Sulla questione, tuttavia, si stanno pronunciando indirettamente dei tribunali italiani. Nel primo grado di giudizio, il Museo Lombroso ha perso la causa contro coloro che richiedono i resti di Giuseppe Villella per seppellirli. Aspettiamo il secondo grado e poi, anche, se si renderà necessario, la Cassazione. Se la sentenza definitiva sarà di condanna, e andrà in giudicato, si può dedurre che coloro che hanno riaperto il Museo Lombroso hanno violato qualche legge. Ce lo dirà la sentenza se e quali. Ho poi parlato di accountability, cioè di un tipo di responsabilità non giuridicamente rilevante. A questo proposito, ricavando l’esempio dalle Memorie di un generale del XIX secolo, ho parlato di un increscioso fatto d’armi riferendo il giudizio del generale in questione. Nel 1799, si legge nelle Memorie, un diverso generale francese ha fatto entrare le sue truppe armate in un paese del Meridione, provocando, per questo fatto, lo scatenamento dei soldati contro i civili. A detta dell’autore di quelle Memorie, quel generale era responsabile nel senso dell’accountability. Avrebbe dovuto essere punito, ma non per omicidio, più probabilmente per incapacità. Non è infatti penalmente responsabile per i morti che ha provocato, perché non voleva che ci fossero, ma è evidente che non bisognerebbe affidare a persone che fanno questo tipo di errori alcun comando militare. Ho infine parlato di un terzo tipo di responsabilità che ho definito di tipo sociale e ho fatto riferimento alla circostanza che Lombroso ha legittimato, con il suo concetto di atavismo, una intera classe politica che è stata responsabile, nel senso dell’accountability, di gravissimi delitti: sostituendo i garibaldini con le truppe piemontesi, non mantenendo le promesse dei garibaldini, ha ingenerato un disordine sociale che è stato maggiore di quello che poteva essere. Inoltre, affidando le operazioni di polizia a comandi militari completamente inadatti (come era stato visto nel 1859 e come si vedrà nel 1866), di fatto ha creato le premesse perché si compissero massacri inutili e spesso ha promosso, quindi ha incoraggiato, coloro che questi misfatti hanno materialmente compiuto. Lombroso è tra quelli che, negli anni Settanta del XIX secolo, quando si sarebbe potuto cominciare a guardare, con più distacco, a quanto si era fatto nella lotta al brigantaggio, con la sua teoria dell’atavismo, ha perpetuato una lettura della situazione meridionale che era criminale e criminalizzante. Ha contribuito ad impedire che, sul piano sociale, si prendesse consapevolezza della gravissima responsabilità politica di quanti, politici e militari, hanno permesso a militari incapaci, violenti e sanguinari di trattare una difficilissima operazione di polizia come un primo passo verso una politica di pacificazione.

Il cranio di Villella esposto al Museo Lombroso di Torino.

Ne è conseguito un massacro con decina di migliaia di morti che ha riempito i cimiteri e svuotato i luoghi di produzione della creatività sociale, politica e imprenditoriale.

Può sintetizzare i concetti?

Sintetizzando, presento tre tipi di responsabilità: quella penale che lascio ad alcuni protagonisti del tempo; quella politica che attribuisco alla classe politica del tempo; quella sociale che trasferisco all’attualità. Questa ultima è la responsabilità di cui si rende complice chi si fa sostenitore di quanti hanno condiviso le altre due responsabilità. Chiariti questi punti, ecco cosa ho scritto (il professore ha redatto per la Rivista FOEDUShttp://www.nolombroso.org/press/FOEDUS_villella.pdf la prima parte di un saggio sugli argomenti di questa intervista,ndr), che è stato, volutamente,molto forte, al punto da far arrabbiare qualche promotore del Museo Lombroso: “Che cosa rappresentava allora Lombroso e che cosa rappresentano oggi i sostenitori del Museo Lombroso? Essi sono, dal punto di vista sociale, campioni rappresentativi della criminalità dei colletti bianchi (leggi della classe dirigente) convinti, allora come oggi, di essere al di sopra della legge e al di sopra dell’etica. Essi sono i rappresentanti di una categoria di criminali socialmente ben inseriti che, da un secolo e mezzo, commettono ogni tipo di reato senza doverne rendere conto: depredano le risorse pubbliche (con la corruzione, l’evasione fiscale, etc.), violano le leggi (dal semplice arbitrio amministrativo alla vergognosa pedofilia), sprecano le risorse pubbliche (distribuendole tra amici e parenti o distruggendole per incompetenza); praticano forme di delinquenza finanziaria (appropriazione dei risparmi dei privati); ciononostante tutti hanno continuato e continuano a restare nei loro posti (a continuare a fare quello che hanno sempre fatto) malgrado sia più evidente che il loro stato morale non sia adeguato al ruolo che occupano.”

Bene. Torniamo indietro, all’inizio della storia. Chi era Villella? Ma soprattutto cosa rappresentava per Lombroso?

Per Lombroso rappresentava una prova empirica che considerava inoppugnabile di atavismo per la famosa “fossetta occipitale” che aveva riscontrato nel suo cervello.

“L’Unità aveva delle enormi potenzialità. Purtroppo, coloro che hanno sostituito i garibaldini con burocrati e militari abituati a ragionare solo in termini di Piemonte hanno consumato queste potenzialità provocando una macelleria”.

A questo, che si è rivelato essere un fatto anatomicamente irrilevante, Lombroso ha prima attribuito l’atavismo e, in varie occasioni, l’accusa di sospetto di brigantaggio o di brigante certo. Pare, però, che non fosse né l’uno (sospetto), né l’altro (brigante).

Parliamo dell’«atavismo» di Lombroso…

Era un modo per attribuire ad alcune popolazioni una regressione atavica. Come dire: se io trovo un particolare tipo di delinquenti in una popolazione, questi sono la prova che quella popolazione è più indietro nel cammino della civiltà e, di conseguenza, basta poco perché si rifaccia il percorso indietro riscoprendo comportamenti indegni della modernità.

C’è un razzismo di Lombroso?

Dato il modo in cui ha utilizzato i concetti di atavismo e l’idea di un ritorno indietro nel percorso della civiltà, io ritengo di sì.

Allarghiamo l’orizzonte. L’Unità è stato un atto di colonizzazione interna?

L’Unità è stata una grande rivoluzione, così è stata presentata dagli anglosassoni e dai tedeschi che sono rimasti impressionati dal fatto che è stata compiuta in due anni. Come rivoluzione aveva delle enormi potenzialità. Purtroppo, coloro che hanno sostituito i garibaldini, che erano persone con grande motivazione patriottica e nazionale, con burocrati e militari abituati a ragionare solo in termini di Piemonte e di vantaggi per il loro Stato, hanno consumato queste potenzialità provocando una macelleria sulla quale non ci è stato ancora permesso di fare ricerche esaustive e a largo raggio.
“L’Unità aveva delle enormi potenzialità. Purtroppo, coloro che hanno sostituito i garibaldini con burocrati e militari abituati a ragionare solo in termini di Piemonte hanno consumato queste potenzialità provocando una macelleria”

La violenta repressione del brigantaggio è solo figlia di esigenze politiche o anche il portato di una certa «visione culturale» del Mezzogiorno?

È evidente che è il portato di una visione culturale che è stata dominante e accettata supinamente fino a pochi anni fa anche dai Meridionali. Adesso, questa visione culturale viene messa in discussione. Purtroppo ancora solo dal punto di vista neoborbonico o borbonico. La speranza è che rinasca una nuova visione culturale che metta in discussione anche analoghi misfatti dei borbonici: per esempio la strage dei giacobini nella Napoli del 1799 a torto attribuita, anche dai napoletani neoborbonici, ai Calabresi del Cardinale Fabrizio Ruffo.

Cosa rimane dell’«atavismo» e di una certa visione dei meridionali nell’approccio politico attuale ai problemi del Sud?

Dell’atavismo rimane ancora molto, lo si ritrova spesso in alcuni discorsi antimeridionalisti o di leghisti alla Borghezio, e bisogna battersi perché sparisca del tutto. Ma non potrà mai sparire senza quella nuova visione culturale che lei stesso, mi sembra, auspica come me.

di Luigi Pandolfi

www.calabriaonweb.it

Scritto da Redazione

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