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consumismo - credits: Paulo Slachevsky

Clima, i nemici dell’ambiente si chiamano capitalismo predatorio e consumismo

di Antonio Gentile

E’ una cosa positiva, nonché molto importante, che tantissimi giovani e studenti si siano mobilitati in Italia e anche all’estero e hanno riempito le piazze per far sentire la loro voce a difesa del clima.

Questo appello ad occuparsi della “questione ambientale”,  dei cambiamenti climatici, richiama la necessità di un intervento urgente e immediato da parte dei governi, in quanto gli stessi possono seriamente e direttamente compromette la qualità delle nostre vite e l’estinzione di molte specie animali. Negli ultimi 30 anni abbiamo tracciato un modello di sviluppo che, per quanto può apparire necessario e vantaggioso, (solo per alcuni), in realtà sta arrecando gravi danni al pianeta con tutte le conseguenze che conosciamo.

Il rispetto e la tutela dell’ambiente, dal suolo fino all’ultimo strato di atmosfera, sono prerogative di estrema necessità. C’è però, come tutti sanno, una stretta connessione tra l’ambiente e il nostro modello attuale di sviluppo, e questo comporta già notevoli difficoltà. Questo modello è plasmato dalla mondializzazione ed è controllato dal capitale. Il processo geo – storico di avanzamento del capitalismo ha richiesto la necessità di elaborare una singolare equazione: lavora, consuma (a debito) e crepa. Gli impulsi mediatici, i continui messaggi pubblicitari e le strategie di marketing dei top manager, che si elettrizzano per raggiungere notevoli dividenti, hanno fatto sì che questa equazione funzionasse alla perfezione. 

A tal proposito è necessario creare sempre nuove campagne di richiamo e, nello stesso tempo, suscitare una condizione di mal contento nei consumatori, affinché essi possano trovare la loro “realizzazione” nello shopping. Sostanzialmente è la classe dominante che attacca l’ambiente e lo demolisce nel nome di un solo imperativo che è quello del profitto ad ogni costo. Ad un elevato tasso di consumo, però, corrisponde una maggiore estrazione di materie prime e, di conseguenza, un maggior volume di rifiuti che alla fine vanno a “decorare” l’ambiente. Ovviamente la pratica dell’usa e getta, in cui ci siamo accomodati con elegante facilità, aggrava ulteriormente le cose e moltiplica i problemi di smaltimento, a prezzo di un inquinamento ancora più accentuato. Tanto più è massiccia l’estrazione, tanto più si superano i cicli naturali di “aggiustamento” ambientale. La maggior parte dell’inquinamento del suolo, ma anche dell’atmosfera, è dovuta alle attività industriali (multinazionali). Ora, dato che le 500 società transcontinentali più grandi al mondo detengono il 51% del prodotto interno lordo mondiale, inevitabilmente gli stati si trovano a legiferare affinché queste società possano avere la priorità anche su tutto ciò che è possibile quantificare e monetizzare. (la gratuità offerta dalla Natura è ripudiante, perciò è necessario restringere quanto più possibile tale offerta). 

Per esempio, da qualche parte nel mondo sono state modificate 3 tra le più importanti leggi ambientali per favorire le industrie energetiche e del legname. Il disboscamento selvaggio della foresta amazzonica, le trivellazioni pericolose in varie aree del pianeta e l’emissione massiccia di gas serra nell’atmosfera sono all’ordine del giorno. I derivati del petrolio vengono rilasciati e distrutti nell’ambiente, rifiuti elettronici e le materie plastiche usate nella maggior parte delle attività. Pesticidi, erbicidi, diserbanti e fertilizzanti per la produzione agricola continuano a contaminare il suolo mettendo in pericolo anche la salute umana. Tutti questi fattori agiscono come un rullo compressore che demolisce l’ambiente, a sua volta collegato alla linfa vitale dell’economia capitalistica. 

C’è bisogno di un intervento a monte, affinché l’attuale modello di sviluppo, tutto incentrato sul consumismo e sulla mercificazione e monetizzazione di ogni aspetto della vita, possa essere cambiato. Ma questa è una prerogativa che i signori del mondo non vogliono prendere in considerazione perché è dal consumo sfrenato che essi traggono i loro guadagni.

Arriverà un giorno però che, pur avendo molti soldi, non si potrà più respirare l’aria né si potrà mangiare cibi sani. Questo modello è insostenibile e sottopone il nostro pianeta ad uno sfruttamento che, da qui a qualche decennio, non sarà più sostenibile, pena il collasso ambientale.

Regnanti, avete forse trovato un altro pianeta da colonizzare?

Nell’era del consumismo e degli acquisti impulsivi, indotti, l’unica arma che abbiamo per cominciare a rispettare l’ambiente è quella di consumare di meno, poiché le moderne strategie di marketing spesso inducono il consumatore ad acquistare prodotti senza valutarne la reale utilità e il loro valore d’uso, ma solo ed esclusivamente perché attirati dal “lusso” della confezione.

Insomma, la grande distribuzione organizzata richiede solo una grande produzione organizzata; si lancia alla ricerca di nuovi spazi commerciali a scapito dell’ambiente e del piccolo commerciante e santifica l’ideologia che promuove la produzione, il mercato e i profitti. Se si fa una accurata ricerca in merito, ci si accorge che è lì, nella grande distribuzione organizzata, che agiscono i meccanismi responsabili dell’inquinamento di tutto l’ecosistema.

In un quadro globale di questo genere bisognerebbe smontare tutti questi dogmi e promuovere un modello di sviluppo più sostenibile e compatibile con l’ambiente. Le moderne tecnologie, se usate a fin di bene, potrebbero incentivare una notevole riqualificazione dell’ambiente. Per esempio potrebbero far sì che i rifiuti, anziché rappresentare un problema in termini di costi di smaltimento e di inquinamento, diventassero risorse per produrre energia. Le città crescono, corrono e inquinano; le grandi ciminiere delle multinazionali violentano l’ambiente e il paradigma del consumo prosegue inesorabile. Un paradigma da smontare. 

Le grandi città, attualmente, funzionano a flussi lineari: i nutrienti biologici, alimenti e legnami, e quelli tecnologici, metalli e plastica, entrano da una parte, si usano e poi vengono gettati via. Dopo una selezione più accurata con cui si recuperano altri materiali come la carta, altri metalli e ancora plastica, i rifiuti di scarto escono dall’altra parte e finiscono nelle discariche e inceneritori. Il processo è quello di estrarre risorse massicciamente, “usare” indiscriminatamente e poi buttare.

Se si smontasse questo processo e si creasse un altro processo, basato sul riciclaggio, dove i flussi, da lineari, diventassero circolari (prendere, fare, riprendere, rifare, restituire), il nostro pianeta riacquisterebbe una grande ventata di verde vitalità e nuovo ossigeno per i suoi e i nostri polmoni. 

E’ evidente: prima di tutto riformare la nostra cultura del consumo, poi tutto il resto. Solo così si può salvare il clima e l’ambiente. 

Scritto da Redazione

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