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Piano Colao: l’impresa è il pilastro, lo Stato la sua stampella

di Alfonso Gianni

Era francamente difficile immaginare un piano così desolante come quello presentato da Colao. Le 121 slide di cui si compone, al di là degli specifici aspetti, colpiscono soprattutto per l’assenza di un’anima, ovvero di un’idea portante, capace di tenerle insieme, che non sia il logoro canovaccio di ciò che è già stato e che si vuole continuare a fare esistere. Proprio in una situazione come l’attuale vi sarebbe bisogno di un indirizzo chiaro e coraggioso tale da rompere con una continuità non solo improponibile ma suicida. Il piano si articola in sei grandi capitoli, i cui titoli già indicano come non ci si voglia discostare neppure di un millimetro da una normalità malata.

Alfonso Gianni

Da un lato dominano banalità e genericità.  Cosicché assistiamo ad affermazioni che sono difficilmente contestabili perché prive di contenuti valutabili. Può forse qualcuno sostenere che la Pubblica amministrazione non debba essere alleata di cittadini e imprese? Dall’altro lato si cade in affermazioni sconcertanti, come quella di considerare il turismo, l’arte e la cultura semplicemente un “brand del Paese”. Le infrastrutture e l’ambiente diventano un “volano del rilancio”, così si seppellisce nella retorica il contrasto insanabile che si crea tra le grandi opere, di cui in più punti si raccomanda la realizzazione per favorire il turismo, e il territorio su cui dovrebbero poggiare o attraversare. Sul fronte dell’istruzione, forse la parte peggiore, si persegue la strada dell’aziendalizzazione della scuola. Di un piano per l’edilizia residenziale pubblica non si parla. Nel punto sulla società “più inclusiva ed equa” si pensa di moltiplicare gli asili nido per coprire le esigenze “del 60% dei bambini” in tre anni, niente di clamoroso, ma un intervento decisivo per l’universalizzazione dello stato sociale e del reddito è fuori da questo orizzonte. Sul tema lavoro si dà qualche carente risposta alla tragedia occupazionale in gestazione, ma, ad esempio, non si va oltre la generica affermazione di un codice etico per lo smart working, che necessiterebbe invece di non essere ridotto ad una modernizzazione dello sfruttamento del vecchio lavoro a domicilio.

In generale il tema lavoro è declinato entro la griglia degli interessi delle imprese, per cui ai fini di contenere il costo del lavoro si raccomanda persino “la defiscalizzazione temporanea per indennità di turni aggiuntivi o lavoro festivo o notturno”. Il Mezzogiorno è citato parsimoniosamente, ma non viene assunto come una decisiva questione nazionale ed europea: come un vecchio dimenticato in casa. L’impresa è il pilastro e lo Stato è la sua crocerossina. In linea perfetta con il Carlo Bonomi-pensiero. L’ordoliberismo perde le due prime sillabe. La proposta del Recovery Fund, di cui si discute in Europa, appare persino molto più avanzata prevedendo invece che la stragrande maggioranza dei prestiti e degli aiuti siano destinati a interventi pubblici.

Bene ha fatto Mariana Mazzucato a non firmare il prodotto della task force, avendo a suo tempo scritto nelle conclusioni del suo Lo stato innovatore (2013): “La tesi che confina il ruolo del settore pubblico alla fornitura di incentivi al settore privato per spingerlo ad innovare (attraverso sussidi, riduzione delle tasse … ) non dà conto (specialmente nel contesto dell’attuale crisi, ma non solo) di tutti quei casi in cui la forza imprenditoriale principale è venuta dallo Stato e non dalle imprese private.” Si capisce invece la buona accoglienza della Bernini di Forza Italia, che rivendica la maternità di molte proposte; nonché della Lega che impietosamente cita propri emendamenti respinti e qui fatti rivivere, come la liquidazione di fatto del codice degli appalti. Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, invita Conte e fare proprio l’intero piano Colao. Non è colpa di un olfatto ipersensibile se si comincia a sentire l’odore di nuovi possibili equilibri politici. Intanto i 5Stelle si consolano con gli stati generali dell’export celebrati da Di Maio. Il nostro paese ha conosciuto esperienze importanti di programmazione economica. Nel dopoguerra l’iniziativa partì dal management pubblico di grandi imprese, quali l’Iri e l’Eni. Dai loro uffici studi l’idea di programmazione, superata la fase ingegneristica, divenne sempre più politica e generale. Fino a coinvolgere direttamente il governo attraverso vari organismi, nonché i partiti. Ma oggi non abbiamo quella qualità di classe dirigente.

Chiedere a questo governo, il cui collante è rappresentato unicamente dall’evitare l’avvento al potere dei Salvini, di avere un’anima e di esprimere una capacità programmatoria è eccessivo. Né la risposta può venire dalle forze politiche che compongono la maggioranza, con un Pd che reclama una svolta che però sta avvenendo a destra rispetto allo stesso Conte, non a caso restio a caricarsi sulle spalle l’intero piano Colao. Dalla sinistra d’alternativa possono giungere spunti e idee, ma il suo stato di divisione e il suo scarso peso toglie autorevolezza. Una risposta potrebbe venire dal sindacato, dalla Cgil in particolare, fuori dalla logica della concertazione e del compromesso sociale, valorizzando il conflitto nelle sue varie e creative forme, raccogliendo esperienze  e intelligenze che non mancano per offrire al paese una nuova proposta di programmazione alternativa su come uscire dalla crisi senza allargare la povertà e desertificare la vita sociale e civile.

da Il Manifesto del 10 giugno 2020

Scritto da Redazione

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