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Trattiamo, ma non chiamatela resa

di Luigi Pandolfi

Il cammino politico-mediatico della manovra di bilancio sta dimostrando come anche al tempo del “cambiamento” ciò che conta è l’annuncio del giorno, sui media e sui social network, non tanto se quell’annuncio si tradurrà, dappoi, in fatti concreti.

Basta riavvolgere il nastro, per rendersene conto. Eravamo a luglio e il dibattito sulla legge di bilancio era appena iniziato. Salvini, baldanzoso, dichiarava che il governo era “pronto a sfondare il 3%”, alludendo alla soglia massima di deficit sul Pil prevista dai trattati. “Sfondare”, andare oltre. Passa qualche settimana e lo stesso Salvini ammonisce che “la regola del 3% non è la Bibbia”, salvo rassicurare più tardi, a settembre, che il governo non avrebbe “sfondato” quel tetto ma l’avrebbe solo “sfiorato”.

Nel frattempo, mentre Salvini tuonava contro la “Ue dei banchieri” e Tria provava a rassicurare sia Bruxelles che i mercati che le misure sarebbero state “graduali e con i conti in equilibrio”, ecco che entra in scena Di Maio, che non poteva sopportare più il protagonismo del collega e nemmeno l’equilibrismo del titolare del dicastero dell’economia.

Ci voleva qualcosa di forte. Viene fuori l’idea del balcone. E’ il 27 settembre, si chiude il Consiglio dei Ministri e il vicepremier a cinque stelle, circondato da un manipolo di ministri, si affaccia dalla balaustra di Palazzo Chigi e urla: “Ce l’abbiamo fatta!”. Nasce la “manovra del popolo”. Contro chi ce l’avrebbe fatta il Di Maio non si capisce, visti i numeri a suo favore nel governo e la stessa posizione di Salvini. Ma tant’è. Saranno “giorni radiosi” quelli a seguire. “Vai avanti, Luigi!”, “Non mollare!”, “Grazie!”.

Chi non prende bene però la cosa è Bruxelles, ma soprattutto i mercati. In due mesi la virtuale “manovra del popolo” costerà 100 punti di spread. All’incirca 4 miliardi di interessi in più sui titoli di stato, mezzo “reddito di cittadinanza”. Inizia il calvario, ogni giorno è un bollettino di guerra.

Salgono i toni dello scontro con i commissari europei, ma pian pianino, dietro le quinte, si inizia a ragionare su una exit strategy. Anche perché tutte le stime sulla crescita, per l’anno in corso e per gli anni a seguire, dall’Istat all’Ocse passando per l’Fmi, gli industriali e i sindacati, l’Ufficio di bilancio del parlamento, dicono che le previsioni del governo sono totalmente inattendibili.

E poi, come se non bastasse, nemmeno un aiutino dai paesi “amici” di Visegrad. Austria in prima fila ad invocare una punizione esemplare, la cara Ungheria che dice “queste sono le regole dell’Unione e vanno rispettate”. Isolati, con le spalle al muro.

Ma di fare le vittime e gridare al “complotto” non ne hanno più voglia. Almeno non come prima. Vogliono “trattare”, mandano avanti il premier Conte (gli hanno firmato una delega, esautorando di fatto il ministro Tria), anche il teorico del “cigno nero”, il ministro Savona, finisce per dichiarare che “così non si regge a lungo”. Una mezza “ritirata”, dal “ce l’abbiamo fatta!” al “si può trattare senza tradire gli italiani”.

E sì, perché a parte Bruxelles, l’ammuina è costata al Paese parecchi miliardi in più di “servizio del debito” (ci hanno guadagnato gli odiati speculatori) e una crescente sfiducia sia degli operatori economici che dei consumatori.

Per non dare l’impressione di aver subìto il diktat dei Moscovici e dei Dombrovskis, comunque, la strategia è quella di non presentare una nuova manovra, ma di alleggerirla con una serie di emendamenti nel passaggio parlamentare, tra Camera e Senato. Di quanto scenderà il deficit sul Pil? Indiscrezioni parlano di una caduta al 2-2,1%. Qualcuno parla addirittura di un 1,9%, quello che Tria aveva suggerito quattro mesi fa, prima del “ce l’abbiamo fatta!”. Un’ipotesi di lavoro che richiederebbe “sacrifici”, soprattutto sul versane del “reddito di cittadinanza”. Per adesso, tra gli emendamenti presentati alla Camera non c’è niente che riguardi questo provvedimento, come per “quota 100”. Se ne riparlerà al Senato. Plausibile una griglia più stretta per le pensioni (finestra per un solo anno?) e un assegno più magro o una platea più risicata per il “sussidio di povertà”.

Ma tranquilli, non c’è niente di strano. “Stiamo solo rimodulando la spesa perché le misure possono costare meno di quanto previsto”, ha puntualizzato il Di Maio nazionale. Avevano solo sbagliato i conti, diamine! Mica intendono cedere ai “ricatti” dell’Europa, loro.

Ad ogni modo, prima di arrivare ad un taglio del deficit, che l’Ue chiede nell’ordine di almeno 7 miliardi, c’è bisogno di un nuovo giro di propaganda sui social network, esaltando misure secondarie (Imu sui capannoni, liste d’attesa, pensioni d’oro), per sviare l’attenzione e tenere alto il morale dei followers.

A Bruxelles, intanto, hanno fatto proprio il motto di Mao Tse-tung: «Bastonare il cane che affoga». La commissione prende atto della volontà di dialogo, ma avverte: «Servono impegni credibili, nel quadro delle regole». La telenovela continua.

Scritto da Redazione

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