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Nord? Sud?: “E’ fallito un modello di sviluppo”

Parliamo di Mezzogiorno con Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore. Tra storia e attualità.  Inviato speciale a Il Mattino di Napoli, Di Fiore è autore di diversi libri, tra cui  “Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e Misfatti del Risorgimento” (Rizzoli, 2007) e L’impero, traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi(Rizzoli, 2008),  la prima e fino ad oggi unica storia della criminalità organizzata in provincia di Caserta, tra i libri più venduti in Italia per le collane di saggistica. 

Il suo ultimo libro affronta un tema per così dire “scomodo”: quello dei crimini commessi dagli Alleati nel Mezzogiorno. Qual è il significato storico – politico di quegli avvenimenti, anche in rapporto all’attuale condizione del Sud?

Ho cercato di raccontare come i diversi modi in cui le due aree dell’Italia, centro-nord e sud, furono liberate dal nazi-fascismo accentuarono, alla ripresa, squilibri obiettivi. Faccio un esempio: il Sud, per i massicci bombardamenti che precedettero lo sbarco anglo-americano, si ritrovò con il 64 per cento dell’apparato industriale distrutto. In più, l’utilizzo delle famigerate Am-lire per le transazioni tra liberatori e popolazione locale scatenò un’inflazione selvaggia nelle regioni meridionali: quei soldi erano carta straccia che non rifletteva una produzione reale. Solo esempi. Da noi, in sostanza, ho cercato anche di raccontare, la liberazione costò di più in termini di sofferenze e sangue sui “militari senza divisa”: i civili. Diversa fu la storia al Nord, dove operò un movimento partigiano organizzato e le dinamiche furono differenti.

Il Mezzogiorno, la sua storia, sono da sempre al centro dei suoi interessi di giornalista e di storico. Anche Lei pensa che molti dei problemi di oggi siano il frutto della Malaunità?

Sono convinto che nella nostra storia si ritrovino le spiegazioni di tanti malesseri e squilibri attuali delle nostre aree. Per questo, mi sono dedicato allo studio e alla narrazione di quelli che vengono ritenuti i due momenti fondanti del nostro Paese: Risorgimento e Liberazione. Nelle dinamiche di quei periodi, si trovano molti perché sull’oggi del nostro Sud.

E’ possibile parlare di fallimento della prospettiva unitaria del paese?

L’unità fu fatta in fretta, senza consenso diffuso e con la violenza imposta da piccole elite, con disinteresse nei confronti delle peculiarità delle differenti aree messe insieme. Un disegno irrealistico che mostrò molte crepe da subito, produsse una sanguinosa guerra civile, il brigantaggio, lasciò a metà le ansie di giustizia sociale. Rimasero sconfitti i democratici, i repubblicani, i meridionali.

In questi giorni sta tenendo banco la rivendicazione della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni. C’è chi dice che si tratta di una mera trovata propagandistica, che non cambierebbe di molto la situazione attuale, c’è chi invece considera la sua concretizzazione come l’anticamera della secessione. Qual è la sua opinione?

Mi sembra una grande truffa. Faccio qualche esempio. Molte aziende hanno sede legale al Nord e realtà produttive al Sud, perché si devono calcolare le tassazioni da loro versate a favore delle regioni settentrionali? Ancora: tanti istituti di credito raccolgono risparmi al Sud e poi finanziano imprese del Nord, dov’è il riequilibrio e la giustizia? E poi tutti i meridionali che si formano al Sud, a spese nostre, e poi vanno a lavorare al Nord, chi rimborsa e riequilibra l’investimento della formazione fatta nell’Italia meridionale? E, per concludere: cosa farebbero le imprese del Nord, senza il mercato meridionale?

L’ultimo Rapporto Svimez, a proposito del futuro del Mezzogiorno, ha messo l’accento sulla  “desertificazione industriale e segregazione occupazionale” e ha ipotizzato  un arco di tempo di 400 anni per superare il gap con le regioni settentrionali. Crede che sia una prospettiva ineluttabile oppure si può immaginare un diverso scenario?

Credo che si sia sbagliato e da considerarsi ormai superato il modello di sviluppo economico su cui ci siamo fiondati, soprattutto negli ultimi anni. L’idea del gigante produttivo è da superare. Il Sud avrebbe dovuto puntare sulle proprie ricchezze, agricole – territoriali – culturali, per ripensarle in termini di iniziative e imprese. Il famoso sviluppo sostenibile, anche con iniziative legate alle nuove tecnologie, che investa sul territorio, la storia e l’ambiente. Calare dall’alto un modello industriale si è dimostrato ricetta perdente. Si va alla globalizzazione? Bisogna cercare soluzioni diverse per contrastarne l’appiattimento con la conseguente sconfitta, puntando sull’identità.

Un’ultima domanda. Sul suo blog “Controstorie”, su Il Mattino, a proposito del Museo Lombroso di Torino e dell’annosa vicenda del cranio del brigante Villella, lei scrive che “la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso”. Qual è allora il significato da attribuire alla battaglia di chi chiede la restituzione dei resti del brigante ed anche la chiusura del museo?

Premesso che, come preciso anche nel blog, sono contrario a qualsiasi chiusura di musei o a libri bruciati perché senza conoscere non si può criticare, credo che la restituzione dei resti del brigante sia un atto di umanità. Su quel museo dovrebbero aprirsi dibattiti profondi su certi razzismi, spacciati per scienza, certe non conoscenze tra nord e sud che alimentano fratture e guasti continui.

 di Luigi Pandolfi

 

pubblicato anche su www.calabriaonweb.com

Scritto da Redazione

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