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Coronavirus: pandemia non fa rima con economia

di Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi

In nessun manuale di economia troverete mai una funzione matematica che include una variabile chiamata «epidemia». Forse per questo, quando si è in presenza di un «fattore esogeno» quale il coronavirus, c’è la tendenza a rifugiarsi sconsolati in espressioni come «cigno nero» e similari, evocando l’oscuro, l’innominabile.

Eppure, dall’antichità ad oggi, le pandemie hanno cambiato il mondo. E’ stato così  nel mondo classico (fu una pandemia a determinare la fine della civiltà cretese-micenea?), con la «peste nera» del ‘300 (anche quella importata dai genovesi dalla Cina), con la «spagnola» un secolo fa.

Il nesso tra economia e pandemie è strettissimo, perché entrano in gioco i movimenti delle persone e delle merci. Un’espansione degli scambi commerciali ed una più libera circolazione delle persone possono spingere la diffusione di un virus su vasta scala. Ma c’è la legge del contrappasso. La peste del ‘300 si diffuse rapidamente perché nel frattempo era cresciuto il commercio mondiale. Nondimeno, proprio i timori – e l’orrore – che la «morte nera» finì per suscitare negli uomini di quel tempo furono alla base di un repentino crollo del commercio e della prolungata crisi economica che ne seguì.

Dove c’è economia c’è scambio e viceversa. Oggi le principali relazioni tra gli uomini sono di tipo commerciale e mediate dal denaro. Di contro, le pandemie inducono gli uomini a «chiudersi in casa», a limitare il contatto col mondo. Globalmente, questo significa sigilli ai confini, blocco dei voli e dei porti, sospensione dei viaggi, contrazione degli scambi. Per un’economia mondiale sempre più integrata, un veleno pericolosissimo.

La Cina non è soltanto la «fabbrica del mondo» che vale il 16% del Pil mondiale. E’ anche una grande riserva per la domanda globale (nel 2018 ha importato beni per 1.876 miliardi di dollari). Produce tanto, esporta tantissimo, ma compra anche molto. Il blocco delle sue fabbriche inceppa la catena internazionale del valore – si pensi al livello di integrazione raggiunto dalle economie asiatiche con il Dragone -, così come la chiusura del suo mercato rischia di asfissiare le economie export-oriented del pianeta, a cominciare dalla Germania che guida, con Francia e Italia, il convoglio Ue sulla nuova Via della Seta (a febbraio crollo della fiducia delle imprese tedesche, da 26,7 a 8,7 l’indice Zew).

Bruxelles ne ha fatto cenno nelle sue Previsioni economiche d’inverno, lanciando l’allarme sull’impatto che la pandemia potrebbe avere sull’economia globale e, di conseguenza, su quella europea. Anche se le sue stime sulla crescita non includono, ancora, l’incidenza degli «effetti collaterali» del virus (per il 2020 la crescita stimata è dell’1,2% nella zona euro e dell’1,4% nell’Ue27), il documento non sottace che l’economia europea, già provata dalla guerra dei dazi, potrebbe subire contraccolpi rilevanti da un ingigantimento e da prolungamento della pandemia.

E’ quello che paventa anche la banca d’affari giapponese Nomura. Quella dell’istituto nipponico è un’analisi circostanziata, la prima che affronta il tema del rapporto tra coronavirus e crescita globale. Vengono proposti quattro scenari per il 2020, seguendo una scala di gravità della situazione. Nell’ipotesi di uno «scenario pessimo» a fare maggiormente le spese di Covid-19 sarebbero, oltre alla Cina che quasi dimezzerebbe la sua crescita (da oltre il 6 al 3,9%), Hong Kong, il Giappone, la Germania e l’Italia. E l’arretramento italiano e tedesco manderebbe in recessione tutta la zona euro (-0,1%). Per l’Italia, lo 0,2% di crescita stimato per quest’anno dalla Commissione sarebbe quindi già superato, perché anche in uno «scenario base», non particolarmente grave, il Belpaese chiuderebbe col segno meno.

Il mondo si sta preparando a questi rischi? Non sembra. Si guarda agli stimoli economici che la Banca centrale cinese sta attivando (sono stati appena «iniettati» nel sistema 100 miliardi di yuan) e si prega Dio perché il morbo fermi la sua corsa. Ancora una volta «la storia insegna ma non ha scolari». E, come è accaduto altre volte, dalla Grande Depressione fino alla recessione globale del 2007-2008, in questa fase sta prevalendo la fiducia che i meccanismi del sistema economico si correggano da sé. Nonostante le evidenze storiche (non siamo mica nel ‘300!), continua ad essere difficile accettare che in certi momenti l’intervento dello Stato sia inevitabile per prevenire squilibri. Che sia la spesa pubblica a compensare il calo (o il crollo) della spesa privata e della domanda estera.

E’ una questione di fede nell’ortodossia economica? Non proprio. Parafrasando John K. Galbraith, anche nei momenti di crisi c’è chi «prova a vincere in un gioco in cui molti perdono». Si vedano i listini di borsa. Finché i costi sociali ed economici del laissez-faire non diventano insostenibili. Ma a quel punto il danno è già fatto.

 

Pubblicato in una versione ridotta sul Manifesto del 19 febbraio 2020

 

Scritto da Redazione

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