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L’estremismo neoliberista che nega la felicità

di Antonio Gentile

La felicità nasce dalla realizzazione della vita di tutte le persone, vale a dire da una sorta di armonia collettiva nel momento in cui le persone riescono a trovare il senso della loro vita, aiutate da una giusta e democratica organizzazione politica. Una politica, cioè, che non sia al servizio della grande finanza e dei potentati stranieri ma dei cittadini. 

Se in una società molto grande, come quella, per esempio, di una nazione, gode di questo dono solamente un gruppo ristretto di persone, che risulta irrilevante in seno a tutta la società, non ci può essere armonia. 

Ora, prima ancora di ogni altra prerogativa, sarebbe doveroso instaurare le condizioni giuste affinché la felicità e l’essenza della vita potessero permeare tutto il tessuto sociale. 

In questi anni, in particolar modo negli ultimi 15 anni, la qualità della vita delle persone si è indebolita notevolmente perché le istituzioni nazionali stanno osservando alcuni comandamenti, proprio come fossero stati scritti da Dio sulle tavole di Mosè. Solo che, a differenza di Mosè, i comandamenti che stanno osservando gli stati, almeno in ambito UE, non sono come quelli del Dio di Mosè, basati sulla massima perfezione per meglio regolare la coscienza umana. In ambito UE, gli stati nazionali aderiscono ad un insieme di principi su cui si basa un altro “dio”, il neoliberismo. I suoi comandamenti sono i seguenti: liberalizzazione del commercio, privatizzazione degli organi industriali dello stato, distruzione dello stato di diritto che è il fondamento della democrazia, scardinamento del ruolo dello stato relativamente alle questioni di politica economica e monetaria, flessibilità del lavoro, marginalizzazione del ruolo dei sindacati e liberalizzazione della finanza.

Ora per far si che l’armonia, la felicità e la libertà, possano finalmente regnare, c’è bisogno di ripristinare il ruolo dello stato nello gestire le politiche economiche e monetarie, ed applicare i “comandamenti”  sanciti dalla Costituzione, quella stessa Costituzione scritta dai padri costituenti, e non quelli del neoliberismo. 

Dato che la carta costituzionale organizza e garantisce alla società, in tutta la sua struttura politica, economica e monetaria, qui diritti fondamentali necessari agli individui per fare una vita dignitosa, il neoliberismo demolisce i suoi articoli e impone i suoi comandamenti. Tanto per dire, la flessibilità del lavoro attacca e demolisce l’articolo 36 nel quale c’è scritto che  “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia una un’esistenza libera e dignitosa”. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto a riposo settimanale e a ferie retribuite e non può rinunziarvi. Qui la flessibilità del lavoro costringe il lavoratore a lavorare più di 8 ore al giorno e anche i giorni festivi. Nondimeno, se vi è la necessità (profitti), si può anche negare il diritto alle ferie o decurtarle in relazione alle richieste del datore di lavoro. 

Spostarsi da un lavoro all’altro, in mezzo ad una precarietà che lo rende incerto, non garantisce al cittadino/lavoratore di organizzarsi un futuro. Contratti a tempo determinato, voucher e contratti a chiamata: in queste condizioni il lavoratore, nel passare da un lavoro all’altro (quando gli riesce), non può cumulare esperienze e si trova sempre in uno stato di smarrimento. Il neoliberismo con i suoi comandamenti, dunque, rattrista la società e rende gli individui facilmente ricattabili; favorisce un mercato deregolamentato e ripudia ogni tipo di intervento pubblico.

Con l’avvento, per così dire, di questa nuova disciplina economica, imposta dalle élite di comando, il cittadino/lavoratore si trova di fronte ad un contratto di lavoro che acquisisce una valenza provvisoria, senza nessuna certezza per il futuro, un futuro che ormai diventa sempre più opaco.

Il neoliberismo richiama la necessità di collocare sul mercato tutti quei servizi che prima appartenevano allo stato, compresa la sanità e l’istruzione, a tutto vantaggio dei potenti privati. Cure e istruzione diventano privilegi. Molte persone cominciano ad avere problemi a curarsi, pochi possono studiare in maniera concreta.

La dottrina del neoliberismo ripudia tutto ciò che non è quantificabile economicamente e respinge tutti i valori comunitari e ogni principio di solidarietà. Smantella il principio della cooperazione tra gli individui e impianta il principio basato sulla competizione e il profitto. Ci sono differenti valori che si sono formati per via di culture differenti nelle società del Vecchio Continente, che vengono portati avanti da centinaia di anni.  Letteratura, costumi locali, musica, ecc. Espressioni culturali che si presentano in diverse forme nelle società europee e formano il carattere etico e morale dei popoli. Costumi e tradizioni non solo non hanno un valore sul mercato, ma addirittura contribuiscono a formare una corretta crescita umana, culturale e psicologica. E’ per questo che tutto ciò, sotto la lente del neoliberismo, risulta una mostruosità da attaccare, ridimensionare e, se possibile, cancellare completamente. 

Più o meno fino alla  fine degli anni Ottanta, le persone potevano pianificare il loro futuro, programmare i loro obiettivi, organizzare i loro eventi, perché avevano una certezza, quella del lavoro. Questo consentiva loro di avere una stabilità psicologica e dunque erano più sereni, tranquilli e anche creativi. Oggi, questa nuova disciplina economica chiamata neoliberismo, elaborata nei corridoi della scuola di Chicago, che vede come massimo esponente l’economista americano Milton Friedman, poi  portata avanti dai suoi alfieri Margaret Thatcher e Ronald Reagan, non prevede più questa certezza. In questa nuova cornice, la cooperazione e l’equità, vengono sostituite dalla competizione e dal profitto. 

Una condizione, questa, che ha fatto perdere al cittadino/lavoratore quella sicurezza che prima gli era stata garantita dalla Repubblica tramite il lavoro e i diritti sociali. Il venir meno di questa sicurezza, nell’intimo del cittadino/lavoratore, della comunità, e dei lavoratori tutti, ha fatto tentennare quella stabilità psicologica di cui prima godeva la comunità. Le conseguenze negative le possiamo osservare un po’ dappertutto: depressione, litigi tra coniugi, divorzi, criminalità da strada e quant’altro. Questi fenomeni sono i fuochi fatui scaturiti dagli incantesimi del neoliberismo. Quello che accade in questa nuova forma di pensiero economico, è una sorta di scollamento della società fino a frammentarla nelle sue parti più piccole: gli individui, soli e disorientati, distaccati e senza più rapporti comunitari e in balia delle grandi fluttuazioni del mercato. Nel 1975, quando la Thatcher fu eletta in Inghilterra, partecipò ad una riunione del centro studi del partito Conservatore. Mentre s’infiammava il dibattito, la Thatcher tirò fuori un libro di Friedrich Von Hayek, “la società libera”, lo tenne alto affinché tutti potessero vederlo dicendo questo è quello in cui noi crediamo, e lo sbatté rumorosamente sul tavolo. L’eco di quel rumore è sopraggiunto fino ai nostri giorni e il neoliberismo e diventato una forma, a suo modo, di  estremismo. 

Scritto da Redazione

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