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Il delitto perfetto contro il Sud

 

Si temeva qualche anno fa (ma c’era chi se l’augurava) che il Sud dell’Italia finisse in Africa. Non per contiguità, ma per le tante emergenze irrisolte. Non è andata così. Semplicemente perché è stata l’Africa a finire nel Mezzogiorno italiano. Invadendolo, con la potenza incontenibile di un’umanità affranta che chiede aiuto. Nessuno l’aveva ipotizzato. Ci sono voluti 3500 morti nel 2014 e 1600 da gennaio ad oggi nel Mediterraneo per accorgersene.

Di sicuro, nessuno aveva previsto la migrazione di donne, uomini e bambini in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente nella misura in cui si sta drammaticamente dispiegando. È in atto un mutamento straordinario delle dinamiche storiche che investe ogni settore, dall’economia alla sanità, dalla politica alla letteratura, di cui si fatica persino a rendersi conto. In questo scenario, imbelle l’Europa e ognuno per sé i singoli Stati, è il Sud del Paese che fronteggia, con le sue spiccate doti di ospitalità e i peculiari tratti di generosità, il sopraggiungere dei “dannati della terra” di Frantz Fanon. Caricandosi sulle spalle dolori ed esigenze di popoli in fuga che si sommano alle sue annose difficoltà. E non sappiamo come andrà a finire.

MERIDIONE DIMENTICATO E IN AFFANNO

Tumulata la Cassa per il Mezzogiorno nell’84, spenta nel ’93 l’Agenzia che ne ha preso il posto, la crisi globale del 2008 e le miopi politiche dei governi che si sono succeduti hanno prostrato un’area del Paese in cui vivono 20 milioni di persone. Il nostro Sud oggi vive in solitudine i suoi affanni. Non ha più un ministero né un referente per la coesione territoriale. Gianfranco Viesti, che se ne intende, spiega che senza una strategia del Paese mirata ad aggredire frontalmente i ritardi del Sud, tutto diventa evanescente, sostitutivo (il riferimento è ai fondi comunitari) della mancata spesa nazionale.

Non ha dunque più Casse il Sud dell’Italia, anzi le casse di cui dispone sono vuote. Persino per tenere in vita Università, asili nido e i borghi spopolati dell’entroterra per i quali l’eutanasia non è reato. Come se non bastasse, la spesa pubblica al Mezzogiorno è inferiore di parecchio rispetto alle altre aree e la tassazione è alle stelle. Non ha neppure politiche che pensino ai suoi malanni. Anzi, non ha proprio politiche che lo riguardino. Sbirciate quotidiani e dibattiti pubblici: del Mezzogiorno non c’è traccia. Scrive Lino Patruno sulla Gazzetta del Mezzogiorno: «Il cerchio è chiuso. Delitto perfetto». Non ha neppure nemici irriducibili con cui prendersela, perché la Lega dura e hard s’è squagliata. E magari ci fossero. Vorrebbe dire che qualcuno lo terrebbe in gioco.

LO SCANTINATO D’ITALIA

Nulla, soltanto macerie industriali, segni di fallimentari cimenti intellettuali su cui non sarebbe superfluo soffermarsi, patologie ambientali estese e fuori controllo, disoccupati senza speranza, talenti sprecati. Michele Ainis, nel nuovo La piccola eguaglianza edito da Einaudi, asserisce che il nostro Sud è lo scantinato d’Italia. Già, ma se l’Italia ci fosse. Se l’intelligenza al potere non fosse in sonno, come molti eventi inequivocabilmente dimostrano. Nonostante si siano messi d’impegno, il Sud italiano tuttavia non è precipitato in Africa. Chissà come, ha resistito. È stata l’Africa, però, ad un breve tornante del nostro webtempo, a finire nel Sud Italia. Non ha atteso che il Mezzogiorno le cadesse in braccio. È lei che è venuta a trovarci. Con la sua umanità dolorante, variegata e in fuga da guerre e carestie. Ha sommerso l’Italia e spazierà in Europa (Sud e Nord) con le sue folle di migranti in cerca di casa, pane e pace. L’Europa che, declinando la guida di un fenomeno epocale, ha perduto la faccia e la ragion d’essere. L’Europa come Shylock, il ricco usuraio ebreo del “Mercante di Venezia”. Il Sud del Paese, che non è scivolato in Africa ieri, oggi che l’Africa ce l’ha in casa, potrebbe, se si mettesse di buzzo buono e chiamando a raccolta le intelligenze e i “saperi” di cui dispone, svolgere una funzione cruciale tra l’Europa-Shylock e i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo. Che non è più nelle retrovie della storia. La Calabria, l’altro giorno, destinando 3 milioni di euro sul sistema di sviluppo produttivo del Porto di Gioia Tauro, ha dato un segnale importante.

IL FUTURO È NEL MEDITERRANEO: LO DICE “ERNEST & YOUNG 

Ci sono studi approfonditi (alcuni sono stati illustrati nel corso di due giorni di discussione a Reggio, su impulso dell’associazione ex consiglieri regionali, cui hanno preso parte esperti come Pietro Dalena, ordinario di Storia medievale dell’ Università della Calabria; Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali – direttore di Aseri; Daniele Castrizio, professore associato di Iconografìa e Storia della moneta antica Università di Messina; Franco Rizzi, segretario generale dell’Unione delle Università del Mediterraneo; Giovanni Carbone, professore di Politica, istituzioni e sviluppo dell’Università degli Studi di Milano e Giuseppe De Rita, Censis; il più recente è stato realizzato da Ernest & Young attraverso il “Baromed Attractiveness survey 2015 The Next Opportunity” – Sole 24 Ore,17 aprile) secondo cui «il futuro si gioca nel Mediterraneo”; “perché il grande futuro degli affari potrebbe spostare decisamente il suo asse». Pur nella consapevolezza dell’instabilità politica che contraddistingue ampie regioni dell’area (53 per cento) e dell’assenza di trasparenza nei processi politico-amministrativo (29 per cento). Se non l’avessimo capito, siamo nel vortice di un nuovo corso della vicenda geopolitica mondiale. Un nuovo corso che va da sé. Inarrestabile. Non chiede permesso a nessuno. Opponetegli un muro, di cemento, gomma o di xenofobia e la marea d’umanità (8oo milioni di persone nel mondo soffrono la fame cronica, due miliardi sono malnutrite) che scappa dalla povertà, lo abbatterà. In questo scenario, l’Italia del Sud è dentro fino al collo. E il Mediterraneo, guarda caso, con le sue tragedie e le sue incommensurabili ricchezze, ancora una volta ritorna ad essere centrale. Non più, almeno per adesso, come “culla della nostra civiltà”, un’espressione retorica a tratti fastidiosa, ma come “area attrattiva per il grande business”. È la storia, bellezza!

di Romano Pitaro

Fonte: Corriere della Calabria

 

Scritto da Redazione

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