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Renzi speriamo che se la cava

Nel leggere il surreale intervento di Matteo Renzi in Senato ho riso di gusto (clicca per ridere).  Non mi capitava di sfogliare un testo così pregno di (involontario) umorismo dai tempi del liceo, allorquando lessi con soddisfazione una esilarante raccolta di pensierini strampalati, scritti da una scolaresca napoletana e pubblicati dal maestro elementareMarcello D’Orta all’interno di una raccolta significativamente titolata “Io Speriamo che me la cavo”. Non è possibile commentare frigido pacatoque animo il manifesto programmatico renziano. Viste le circostanze, considerata la difficoltà oggettiva nel tradurre in italiano gran parte del pensiero politico espresso dal neopremier tra una smorfia e una linguaccia, l’unico modo paradossalmente serio per giudicare la qualità dell’elaborato dell’illustre fiorentino consiste nel prendere a prestito le parole con le quali il “fornaio Cecco”, al secolo Diego Abatantuono, negava di essere sensibile al fascinodella moglie del povero Fantozzi: “la sintesi della disgrazia, l’apice dell’apoteosi della schifezza…” (clicca per guardare). Che Renzi fosse un bluff era chiaro; che il Rottamatore fosse smanioso di prendere il posto di Enrico Letta era altrettanto chiaro. Così come a nessuno di noi sfuggiva la vera natura dell’operazione “Renzi al potere(clicca per leggere), profeticamente anticipata con fare divinatorio dalla nota banca svizzera Ubs già il 7 gennaio del 2014 (clicca per leggere)Nessuno però poteva immaginare un tale livello di spregiudicatezza, approssimazione, trasformismo e sciatteria. Renzi ha presentato agli italiani un concentrato di banalità, ipocrisia e demagogia. Una summa di note idiozie ora però recitate con l’aria ridicola e grave tipica del bullo di Paese improvvisamente assurto a più alte responsabilità. Ma cosa ha detto quindi Renzi nei pochi passaggi del suo discorso provvisti di consequenzialità logico-argomentativa? Ha detto che ci vuole “fiducia per uscire dalla crisi”(I have a dream…), che la “burocrazia è asfissiante” (tema nuovo), che “l’Italia chiede di abolire il Senato” (ah si? Ma davvero? E io che pensavo chiedesse pane e lavoro…), che “il Pd non ha paura delle elezioni” (forse si riferiva a quelle che si svolgeranno in Ucraina) e che, udite udite, “dobbiamo arrivare al semestre europeo avendo sistemato ciò che dobbiamo sistemare noi” (ovvero fare i famosi “compiti a casa” che tanto piacciono a frauMerkel). Ma come, vi starete chiedendo, non era Renzi che diceva a Letta di sforare l’anacronistico limite del deficit fino ad un massimo del 3%? Si, era lui, però lo diceva prima che il Venerabile Draghi gli prospettasse l’opportunità di essere tegolato e infine accolto nel seno di una delle più elitarie Ur Lodges del pianeta (clicca per leggere). Svaniti prematuramente gli ardori giovanili il nuovo Renzi  predica ora il solito vecchio, logoro e lurido spartito: “Non è Draghi o la Merkel a chiederci di essere seri con il nostro debito pubblico. E’ il rispetto che dobbiamo ai nostri figli. Non come chi ha scialacquato negli ultimi decenni”. Il concetto appena riportato, per quanto nel merito vomitevole, è quantomeno vagamente comprensibile. Leggete ora attentamente insieme a me il seguente passaggio partorito dalla fervida mente dell’ex sindaco e ditemi se non è degno dell’inarrivabile Conte Mascetti. Dice Renzi in versione “Amici Miei”: “C’è bisogno del rispetto che si deve a chi quotidianamente va nelle nostre classi e assume su di sé il compito struggente e devastante di essere collaboratore della creazione di una libertà della famiglia e delle agenzie educative”. Cos’è? Uno scherzo? Una prematurata? Come se fosse, che ne so, per dire, decreto? E se ancora il concetto non fosse abbastanza chiaro, Renzi si preoccupa poi dispecificarlo meglio: “Partire dalla scuola significa partire da una tregua educativa”. Ah, certo, certo, ora ci siamo.Ad adiuvandum, sempre a proposito della rubrica Ipse dixit, sappiate che per il segretario del Pd “un bambino che non frequenta l’asilo ha una occasione in meno” (?). Bello anche il passaggio nel quale Renzi ringrazia Lettaper l’ottimo lavoro svolto, salvo dire dopo un secondo che negli ultimi tempi abbiamo perso “9 punti di Pil e la disoccupazione è quasi raddoppiata”. Probabilmente Renzi sta dicendo che proverà a fare peggio ma che non sarà affatto facile riuscirci. Il tutto condito dalle solite ricette neoliberiste che promettono tagli alla spesa indispensabili per far ripartire la crescita, saldare i debiti verso le imprese, sbloccare il credito, abbattere il cuneo, attrarre investimenti esteri (a proposito: ma lo sceicco che tanto piaceva a Letta li ha investiti poi quei famosi 500 milioni promessi?), abolire le Province, il Senato  e riformare il titolo quinto. Nel mentre Renzi ha pensato bene di portarsi avanti con il lavoro abolendo subito  la lingua italiana, probabilmente già da tempo segnalata alla voce “inutili sprechi”. Sui diritti civili, dopo avere rimproverato a Letta di farsi dettare l’agenda dall’oscurantistaGiovanardi, il premier se l’è cavata dicendo che punterà al compromesso. Ma la perla migliore, quella che meglio di ogni altro discorso sintetizza la qualità dell’esordio del nostro nuovo Machiavelli, Renzi la regala sul finire del suo faticoso vaniloquio: “ Se il Presidente lo fai pure tu”, questo avrebbe detto al neopremier una anonima cittadina per come riportato dal diretto interessato , “vuol dire che può farlo davvero chiunque”. Parole sante.  

di Francesco Maria Toscano

da www.ilmoralista.it

 

Scritto da Redazione

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