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Lega, dietro le scaramucce un partito al capolinea

Che succede nella Lega? O meglio: cosa rimane della Lega Nord? Le ultime schermaglie che stanno vedendo protagonisti il vecchio capo detronizzato ed il segretario-governatore sono solo la punta dell’iceberg di una crisi profondissima che sta minando alla radice la stessa sopravvivenza del Carroccio.

Una crisi alla quale hanno concorso due fattori, essenzialmente: gli scandali che hanno coinvolto la famiglia del vecchio leader e gli esponenti del cosiddetto “cerchio magico” e l’inconcludenza del partito sui temi di maggiore interesse per i ceti sociali di riferimento. Quest’ultima peraltro resa più evidente, conclamata, in questo periodo di forte crisi economica per la società ed i ceti produttivi del nord.

Fino a un paio di anni fa la Lega era una delle forze centrali del sistema politico italiano, nonostante la sua natura di forza territoriale, regionale. Nell’ultimo governo Berlusconi era riuscita ad imporre, col concorso di settori del ceto politico nordista del centrodestra, perfino la sua egemonia, condizionando fino all’inverosimile le scelte dell’esecutivo. Ne è stata prova, solo per citare l’esempio più eclatante, l’approvazione del cosiddetto federalismo fiscale, quell’insieme di norme che, se attuate nella loro organicità, avrebbero arrecato danni irreparabili all’unitarietà politica ed economica del paese.

Su questo punto, peraltro, c’è da aggiungere che anche l’opposizione di centrosinistra si è fatta irretire dalla propaganda “federalista” della Lega, arrivando a valutare positivamente, almeno in linea di principio,  una nuova forma di distribuzione delle risorse fiscali sul territorio nazionale, che di fatto avrebbe aggravato ulteriormente il divario tra nord e sud.

E’ dire che le linee di quella riforma, prime di tradursi in proposte di legge,  furono “approvate” dal “parlamento padano” ed inserite a caratteri cubitali nel programma neoseparatista con cui il carroccio si presentò alle elezioni del 2008! Ma tant’è.

Erano gli anni delle provocazioni sul tricolore, sui ministeri a Monza, della caccia agli immigrati e degli insulti alla loro religiosità. Anche gli anni delle gare ciclistiche  e dei concorsi di bellezza “padani”, delle grandi adunate coreografiche sul pratone di Pontida. Anni ruggenti, insomma. Quando ancora era possibile gridare, nonostante le tante avvisaglie,  “Roma ladrona”. Poi accade l’irreparabile, arriva l’inchiesta sui fondi del partito, e si scopre un verminaio che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere, nemmeno coloro che si erano cimentati a lungo sui lati paradossali di questa formazione politica.

Il partito trasformato in un bancomat per esigenze famigliari, di clan, di tribù. Investimenti arditi e malversazioni di ogni genere. Una porcheria, detto senza fronzoli. Viene travolto il capo storico, i membri della sua famiglia, gli uomini a lui più vicini. È la fine.

Tutto quello che è accaduto dopo, nonostante la vittoria di Maroni in Lombardia, è storia di una deriva inarrestabile. Una deriva vieppiù aggravata, accelerata, dalle difficoltà economiche in cui versano i territori che un tempo furono molto generosi elettoralmente con la Lega, dal Piemonte fino all’estremo Veneto.

La crisi di credibilità del partito sul piano morale si è subito impastata ad una generale percezione di inutilità e di inconcludenza dello stesso, di inadeguatezza rispetto all’aggravarsi dei problemi sociali ed economici in tutto il nord. Ed anche i tentativi di Maroni di offrire alla base ed all’elettorato nuovi miti, come quello della macroregione del nord, si stanno rivelando piuttosto fiacchi. Si pensi al caso del Veneto, dove il partito è costretto ad inseguire l’indipendentismo duro e puro, svuotando di significato la proposta di Maroni di una grande regione del nord agganciata alle dinamiche europee, in termini economici ed istituzionali. Ma il discorso vale per tutto il nord, dove la fuga degli elettori, e dei militanti, sta assumendo proporzioni sempre più allarmanti.

In questo contesto si inserisce la querelle tra il neosegretario e Umberto Bossi. Scambi di accuse e recriminazioni che si innestano sul corpo malato di un partito che ha smarrito non soltanto l’anima e la missione, ma la stessa sua utilità.

“Maroni è un traditore”, ha tuonato in questi giorni Bossi. E Maroni, a stretto giro di posta, gli ha tagliato i viveri. Riduzione a un terzo dell’appannaggio annuale che si aggirerebbe intorno agli 850 mila euro. Una cifra colossale che il partito versa a Bossi nella sua qualità di “fondatore” della Lega. Ancora soldi, dunque. Ma il problema politico, come dicevamo, è più serio, e va al di là della lite da operetta fra vecchi amici.

Il problema è: la Lega è in grado ancora di corrispondere alle sfide che vengono dalla società del nord? Dal popolo dei piccoli produttori? Vent’anni di promesse non mantenute, di fanfaronate e di tradimenti delle aspettative dei propri elettori non possono essere cancellati con un colpo di spugna. La crisi morde, morde forte, le fabbriche chiudono, il ceto medio si impoverisce. In questo scenario desolante le lauree fasulle, gli yacht e i diamanti, fanno ancora rumore.

Così come le minacce di Bossi, a questo punto, fanno solo ridere.

di Francesco Madrigrano

 

 

 

Scritto da Redazione

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