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I partiti italiani e i suoi capi senza leadership

di Gianluca Passarelli *

Partiti inidonei ad assumersi la guida responsabile degli affari dello Stato». Così Max Weber si pronunciò su Weimar e sembra riecheggi la condizione italiana. La debolezza di un sistema politico è spesso derivante dalle caratteristiche dei partiti.

Viceversa, l’assunto recente della politica italiana è che essa soffra di eccesso di leadership, di una non bene specificata personalizzazione. Il cambiamento organizzativo dei partiti, in misura rilevante del loro ruolo e, solo in minima parte, la riduzione del potere esercitato nella società, hanno indubbiamente lasciato spazi ai capi degli stessi. Che si tratti di partiti più o meno personali non rileva. Essere “capi” o proprietari indiscussi di un partito non è sinonimo di leadership, ma solo di comando. Pertanto, l’aspetto teorico da analizzare è relativo alla natura, alle caratteristiche della leadership. Il punto nodale, cruciale per capire la situazione politica e gli sviluppi probabili dei prossimi anni, è la carenza, la debolezza della leadership politica e partitica in Italia.

Ripetuto come un mantra, non smentito né misurato, ma come tale semplicemente dato per assodato, il ruolo dei capi partiti è stato reificato confondendo o sovrapponendo la loro forza con la loro presenza. Quantità e qualità sono state spesso intese come sinonimi di due concetti in realtà distinti e distanti, a volte antinomici. Da un lato il livello di concentrazione di funzioni, simboli e ruolo nelle mani dei capi, dall’altro l’esercizio del potere che manifesta la qualità della leadership, la sua natura. Da distinguere, tra l’altro, dal concetto di classe dirigente.

A fronte di un malinteso concettuale, di diffusa pigrizia analitica, il pensiero dominante e propinato ripete acriticamente la fabula della leadership onnisciente e onnipotente. Una profezia che si auto avvera. Nel mondo politico esistono uomini (e talvolta anche donne) capaci di esprimere ed esercitare leadership, persino carismatici. Li ritroviamo nei sistemi di governo presidenziali, semipresidenziali e parlamentari. In contesti democratici e in regimi autoritari o totalitari. Donald Trump, Xi Jinping, Barack Obama, Tony Blair, Ignacio Lula da Silva, Recep Tayyip Erdogan, Angela Merkel emanano carisma, forza politica, capacità di leadership individuale. Mobilitano i propri elettori, e in talune occasioni riescono a coinvolgere anche il resto della popolazione, persino al di là dei confini fisici dei Paesi che governano. La leadership può essere personale, ma non si esaurisce in essa. Accanto alla “personalizzazione” del ruolo di “capo” è cruciale la capacità di costruire consenso facendo leva non solo sui sondaggi (che spesso misurano la popolarità, la notorietà e solo un malinteso “gradimento”), sulle emozioni transeunte ed effimere, ma sulla solidità della visione, del progetto di società che si intende avanzare.

La leadership presuppone abilità di costruzione, mantenimento e ampliamento di un gruppo dirigente, di una squadra di governo. Ma soprattutto che sia abile nel proporre, discutere, difendere e spiegare un progetto di società basato su idee. Una prospettiva, una visione, un modello di società, una meta, una ideologia persino. Il sogno di un cambiamento  che possa rappresentare l’identificazione del futuro per vasti settori della società. E invece in Italia siamo quasi all’anno zero. Stuoli di aspiranti e sedicenti leader, proprietari o intestatari di pseudo partiti (spesso sovrastimati nei sondaggi), di popolarità ed esposizione mediatica. Terribile carenza di approfondimento, di speculazione teorica, di progettualità. Sovrabbondanza di piccole proposte caserecce, di circoli dominanti zeppi di conformismo, mentre il principe ha bisogno di confronto, di esperti, di consiglieri e non di confidenti.

Assieme alla debolezza della leadership, e in parte in ragione di essa, in Italia nell’ultimo quarto di secolo c’è stata grande instabilità dei governi e nei governi (rispetto al periodo 1948-1992 allorché c’era stabilità del personale di Governo). Dal 1994 si sono avvicendati 16 governi e 10 presidenti del Consiglio (nello stesso periodo sono stati 8 in Spagna con 4 capi di governo, 7 governi e 3 cancellieri in Germania, 9 in Gran Bretagna con 6 primi ministri). Oltre ad alcune macrodisfunzioni del sistema istituzionale, il vero nodo della politica italiana risiede nella debolezza dei partiti italiani, nella loro natura effimera, aleatoria, priva di identità culturale e ideale. Inoltre, la damnatio da cui deriva gran parte dell’instabilità e che può generare disastrosi effetti sistemici, è la quasi coincidenza tra il “numero effettivo dei partiti” e il “numero dei partiti che contano”. Il primo indicatore misura la quantità di forze politiche presenti in un sistema politico, mentre il secondo valore fa riferimento a quei partiti che abbiano un reale peso specifico in termini di negoziazione e penetrazione sociale. Oggi le due scale di grandezza coincidono quasi perfettamente proprio a indicare che il sistema è iperframmentato, senza guida, senza leadership. Una debolezza non solo dentro i partiti, ma anche tra i partiti e il sistema elettorale, soprattutto se proporzionale, non potrà che “fotografare” questo stato di atomizzazione. Indubbiamente ci sono stati e ci sono leader, ma manca la visione di lungo periodo. Di capi di partiti abbiamo già detto, mentre di veri leader c’è poco all’orizzonte. Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e in parte Beppe Grillo sono dotati di carisma, per il resto si fa confusione tra autorevolezza ed autorità, popolarità, riconoscibilità e notorietà.

L’idea che però il Paese sia pervaso da leader e che addirittura esista il rischio di eccessiva personalizzazione o persino rischio autoritario da esso conseguente, affascina ed è gradevole al palato per chi si annoia ad approfondire. Consola, assolve e lascia la speranza, vana, che arrivi un altro uomo(donna) della provvidenza a redimere il Paese. Una visione sostanzialmente autoritaria e pre-politica, ma tant’è.

L’Italia, dunque, ha urgente bisogno di colmare la lacuna di leadership, non di contrastare una inesistente deriva “leaderistica”. Non abbiamo la disfatta della Prima guerra mondiale, non abbiamo il trattato di Versailles, e le sue condizioni capestro, ma le condizioni economiche, e soprattutto le diseguaglianze, destano forte preoccupazione.

Certo, non esistono solo i leader politici o meglio quelli partitici, e si può attingere da una riserva esterna ad esse, purché si palesi.

Nelle more il Capo dello Stato Sergio Mattarella rimane il leader politico ed istituzionale del Paese, de jure e de facto. Non funzionando adeguatamente il sistema dei partiti, anche per l’assenza di incentivi istituzionali coerenti in tal senso a livello nazionale, compresi quelli di cui si sta discutendo per il futuro, la nostra forma di governo funziona abbastanza stabilmente come forma parlamentare a correttivo presidenziale. Ma questo è parte del problema più che una soluzione definitiva.

@gia_passarelli

 

* Professore Associato in Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sapienza Università, Roma. È ricercatore dell’Istituto Carlo Cattaneo e membro di Itanes. Si occupa di presidenti della Repubblica, partiti, sistemi elettorali, elezioni e comportamento di voto. È autore, tra l’altro, di La Lega di Salvini. Estrema destra di governo (2018); The Presidentialization of Political Parties (2015). Suoi articoli sono apparsi su Party Politics, Representation, French Politics, Political Geography e Political Studies Review. È co-curatore della collana PRESIDENTIAL POLITICS (Palgrave).

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