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Il documento tecnocratico e neoliberista di Savona


di Luigi Pandolfi e Alfonso Gianni

Il documento inviato nei giorni scorsi a Bruxelles dal ministro Paolo Savona non ha niente di fortemente innovativo e non può certo essere iscritto in quel lavoro di ricerca per un altro modello di Europa, nel quale in questi anni si sono cimentati tanti intellettuali, politici ed economisti, anche nel nostro Paese. Piuttosto colpisce la sua approssimazione e, paradossalmente, la sua conformità allo spirito di fondo che sta alla base dei Trattati vigenti. Leggendolo ci sembrano ancora più sproporzionate e fuori luogo le preoccupazioni a suo tempo manifestate sul fatto che un Savona ministro dell’economia avrebbe portato l’Italia fuori dall’euro e dalla Ue. Obiettivo: «rendere irreversibile l’euro».

In esso si denuncia infatti una discrasia, una non corrispondenza, tra politiche seguite in questi anni e «scopi concordati nei Trattati», ritenuti quindi giusti e ancora validi.
Possiamo riassumere così: poiché un’Europa federale, ancorché auspicabile, non è alle porte, applichiamo fino in fondo i Trattati vigenti. Come se gli attuali assetti istituzionali e le stesse politiche di rigore dei governi nell’ultimo ventennio non fossero funzionali a un «mercato fortemente competitivo» (fondato sulla svalutazione del lavoro, che si alimenta dell’indebolimento dello stato sociale).

Certo, nel Trattato di Maastricht si parla anche di piena occupazione, di «benessere dei cittadini», di «coesione economica» e di «solidarietà tra gli Stati membri». Ma il tutto è subordinato ad un’assolutizzazione del principio della libera concorrenza, vero ed unico motore, come è scritto, di una crescita «non inflazionistica».

Ecco perché, la «giusta ambizione degli obiettivi espressi nei Trattati» di cui parla Savona (alla quale si contrappone l’inadeguatezza degli strumenti di cui oggi l’Unione dispone), in realtà, non è altro che l’intento di rimodellare su basi fortemente concorrenziali, mercatiste e privatistiche la società europea (e lo stesso rapporto tra le economie dei Paesi membri). Quello che, a ben vedere, è accaduto in questi anni, con forte accelerazione, com’è noto, dallo scoppio della crisi in avanti, cui significativamente il ministro aggiunge “l’accelerazione dei flussi migratori illeciti”.

Non ha senso invocare stimoli alla domanda aggregata, senza mettere in discussione, contemporaneamente, il paradigma neo-liberista che sta alla base dell’attuale architettura dell’Unione. D’altro canto, che la crescita sia importante non c’è dubbio (e l’Europa cresce poco), ma nel documento non si fa minimamente accenno al tema della redistribuzione della ricchezza prodotta, a quello della lotta alle disuguaglianze, alla questione di un nuovo intervento pubblico in economia, alla difesa dei beni comuni, ad un welfare universalistico europeo.

«Saggi di crescita reale» più elevati non implicano di per sé una diminuzione delle disuguaglianze, né un miglioramento delle relazioni industriali, della qualità dei rapporti di lavoro. Lo dimostra la storia di questi anni (anche quella meno recente, in verità) e quella delle principali economie emergenti, dove la crescita, anche impetuosa, quasi mai si è automaticamente accompagnata ad un livellamento delle disparità sociali.

Quello di Savona, fondamentalmente, rimane un approccio tecnocratico e funzionalista (e neo-liberista) al tema della riforma dell’Europa, a dispetto del richiamo, nel documento, ad una condivisione politica delle scelte («orientarsi verso un approccio politico, ossia una politeia»).

Dal lato della politica monetaria, infatti, due sono le proposte avanzate: una riforma dello statuto della Bce al fine di «regolare» i suoi poteri di prestatore di ultima istanza e la creazione di un nuovo fondo salva stati «che non abbia implicazioni deflazionistiche» (aiuti in cambio di austerità, per intenderci). Si fa rilevare, in concreto, che Draghi avrebbe agito, con il quantitative easing, tardi e sotto pressione di eventi straordinari, mentre alcune prerogative della banca centrale andrebbero codificate direttamente nello statuto. Questioni importanti, non c’è dubbio, ma pensate esclusivamente in funzione anti-speculativa (e anti-spread), per la sostenibilità finanziaria dell’edificio europeo («per fronteggiare i futuri attacchi speculativi in maniera tempestiva ed efficiente»), non certo nel quadro di una riforma politica e sociale dell’Unione che finalizzi l’azione dei suoi strumenti effettivamente a combattere la disoccupazione e le diseguaglianze.

Di corto respiro appare la parte sulla politica fiscale, nella quale ci si limita a richiamare, semplicemente, la necessità di integrare la politica dell’offerta (meno tasse, incentivi, privatizzazioni) con un «governo della domanda aggregata». Come? Con più «investimenti infrastrutturali di interesse comune», dei quali, in assenza di un’iniziativa europea, dovrebbero farsi carico gli Stati membri. Un po’ poco, in verità, visto il disastro provocato dalla crisi e dalla sua gestione in tutti i paesi europei (80 milioni di poveri).

Di mezzo, ci sarebbero peraltro il debito eccessivo di alcuni paesi ed il timore di quelli «virtuosi» di doverlo prima o poi condividere per non far saltare in aria la moneta unica. Nessun problema: la soluzione sarebbe un piano di rimborsi a scadenza più lunga «a tassi ufficiali» (ora pari a zero), garantito della Bce per la parte eccedente il 60% del Pil. Ma gli Stati dovrebbero accettare un’ipoteca sul «gettito fiscale futuro e di proprietà pubbliche», a garanzia del mancato rimborso «di una più rate». Un cappio al collo per i paesi con debito più elevato, come l’Italia. Alla faccia della sovranità.

da Il Manifesto (21 settembre 2018)

Scritto da Redazione

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