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Il corpo di Mohammed Shatah

Un attentato scuote il Libano. I sospetti ricadono su Hezbollah: “Si punta alla destabilizzazione”

Hezbollah voleva vendicarsi dei recenti attentati subiti per mano di estremisti sunniti in nome della guerra civile in Siria.

L’ombra sanguinosa del conflitto siriano continua ad estendersi sul Libano con l’ennesimo attentato eccellente nel cuore di Beirut.

L’ex ministro delle Finanze ed ambasciatore a Washington, Mohammed Shatah, saltato per aria questa mattina, era un esponente di spicco del blocco politico sunnita “14 marzo”.

Vicino ai sauditi rappresentava con i media, nell’agone politico di Beirut, il leader del movimento, Saad Hariri, che vive soprattutto all’estero per timore di venir fatto fuori. In realtà Shatah era maggiormente legato all’ex premier Fouad Siniora, che sul territorio sta guadagnando più consensi di Hariri.

Sembra che la vittima dell’attentato avesse appena postato su twitter un duro commento contro Hezbollah, il movimento sciita, rivale dei sunniti in Libano, che in Siria si è schierato armi in pugno al fianco dei governativi di Bashar al Assad. Poco dopo è stato dilaniato da una macchina minata in una zona centrale di Beirut, dietro l’hotel Four Season, non molto distante dal Grand Serail, il cuore del potere dove si trovano gli uffici del primo ministro. L’obiettivo è simbolico, ma non in cima alla lista degli esponenti sunniti. Con una scorta esigua l’ex ministro era facile da colpire.

“Chiunque sia stato punta alla destabilizzazione” spiega una fonte riservata del Giornale.it a Beirut. I sospetti ricadono su Hezbollah, che voleva vendicarsi dei recenti attentati subiti per mano di estremisti sunniti in nome della guerra civile in Siria.  Il 19 novembre un doppio attacco suicida contro l’ambasciata iraniana a Beirut ha provocato 25 vittime. Il governo di Teheran è sempre stato il padrino di Hezbollah. A Tripoli, la grande città del nord del Libano, dove era nato la vittima eccellente dell’attentato di questa mattina, sciiti e sunniti si fronteggiano da tempo, armi in pugno, in una versione libanese, su scala per ora ridotta, del conflitto siriano. Non solo: il 16 gennaio inizierà in Olanda il processo dell’Onu per l’assassinio nel 2005 dell’allora premier Rafik Hariri, padre del leader sunnita libanese. Alla sbarra ci sono cinque operativi di Hezbollah.

“Ma nel gioco degli specchi libanese non si può mai escludere mandanti insospettabili, che provocano un attentato eccellente per incolpare gli avversari” osserva la fonte sul posto del Giornale.it. Il paese dei cedri, da otto mesi senza governo per i veti incrociati fra sciiti e sunniti, è percorso da una strategia della tensione, che alimenta le paure di un’espansione della guerra civile siriana al Libano. E spacca la piccola nazione multi confessionale lungo le linee dell’estremismo. Secondo un sondaggio non ancora reso noto della tv libanese Lbc i leader più popolari sono Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah (52%) ed il suo opposto, Ahmed Al-Assir (42%), predicatore estremista sunnita. Tutti gli altri politici, a cominciare dai cristiani, sembrano spazzati via.

di Fausto Biloslavo

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Scritto da Redazione

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