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Turchia, il Gezi Park di Istanbul è soltanto un pretesto*

ISTANBUL – Non si tratta di parchi, di alberi o di ecologia. Le dimostrazioni che ormai dilagano in tutta la Turchia hanno ben altri motivi; chi non lo capisce, chi non lo scrive, non è stato tra la folla, non ha discusso con i dimostranti, non ha seguito gli ultimi sviluppi della politica turca.

Il Gezi park è soltanto un pretesto. Si tratta dell’ultima, ulteriore trasformazione dello spazio urbano promosso dalla politica dell’Ak Party (Partito della giustizia e dello sviluppo) guidato dal primo ministro Tayyip Erdoğan: un nuovo centro commerciale con annessa moschea e il restauro di antiche barracks ottomane nel centro d’Istanbul.

Erdoğan si difende. Sabato dichiarava in televisione: “Forse non abbiamo informato bene la popolazione. Il progetto serve alla città, al suo sviluppo, all’economia”. Ancora una volta il premier dissimula; non si tratta del parco e lui ne è pienamente cosciente.

Il governo usa la forza – non soltanto lacrimogeni e proiettili di plastica. I dimostranti vengono picchiati con una violenza inammissibile. Dalle televisioni non trapela nulla: le notizie giungono tramite i social media perché più difficilmente controllabili. Erdoğan ne è al corrente e ieri annunciava in diretta televisiva: “Twitter è una minaccia per la società”. La pericolosità di quest’ultima affermazione è il simbolo-ragione della rivolta turca.

Ero nel mezzo della manifestazione di sabato mattina, su Istiklal Caddesi (via dell’Indipendenza), luogo d’inizio di ogni protesta ad Istanbul. I poliziotti caricano, un gas lacrimogeno colpisce un uomo che corre vicino a me, lui rovina in terra, non lo vedo più, calpestato dalla folla. Ci rifugiamo in una delle vie laterali, la gente piange, rigetta per via dei gas, due uomini sfondano una porta e ci rifugiamo all’interno di una galleria d’arte dove troviamo aria pulita.

È importante ripetere che questa rivolta consiste nella lotta contro le politiche del governo, nella paura che si possa andare alla deriva verso una Repubblica Islamica, nella perdita delle libertà di cui l’attuale costituzione, frutto di una guerra di liberazione, è diretta emanazione e garanzia. L’ultimo esempio riguarda le bevande alcoliche, prima aumentate di prezzo poi proibite tra le 22 e le 6 di mattina.

L’Atatürk Cultural Center (Akm), anch’esso in Taksim Square, dev’essere demolito, annuncia il premier. Il messaggio è chiaro a tutti: Atatürk è stato il fondatore della Repubblica e, nonostante la sua figura sia controversa, rimane il simbolo di una Turchia che guarda a Occidente, ispirata da valori democratici.

La sterzata non è soltanto islamica. Come già scritto, lo spazio urbano viene ripianificato secondo il modello americano. Siamo di fronte a un capitalismo di matrice islamica: un centro commerciale e una nuova moschea. Tra gli accademici si parla di postmoderno, di modello Akp, fully modern and fully religious, ma c’è una differenza tra la teoria e la pratica. I dimostranti parlano di dittatura, di repressione, di negazione dei diritti di espressione.

“L’Akp è dittatura ed Erdoğan è un dittatore” dichiara Omer, un giovane avvocato intervistato sabato mattina sul battello che ci conduceva alla parte europea della città, luogo degli scontri. Le parole di Omer sono gravissime ma sembrano più che giustificate dalla violenza che la polizia continua ad usare. Il ragazzo mi guarda, sorride, poi mi offre una maschera antigas, come fosse un caffè. Il gesto la dice lunga su ciò che ci aspetta.

Istiklal Caddesi, sabato mattina. La polizia avanza, attacca, mi rifugio in una stradina laterale. “Koş!” grida qualcuno alle mie spalle, “corri!”. Girandomi vedo un poliziotto in divisa antisommossa. Lui mi vede, chiama un collega anche lui bardato, mi indica e poi imbraccia il fucile, me lo punta contro e poi spara. Mi spara addosso, non in alto, il gas lacrimogeno. La mobilitazione è pacifica, non c’è bisogno dell’uso della forza. O almeno sembrerebbe.

Erdoğan ha paura, non vuole che la protesta dilaghi, i dimostranti potrebbero non fare marcia indietro e gridare tanto da estrometterlo a suon di proteste. Un’altra ragione della paura del premier sta in quell’esercito che, a suon di colpi di Stato, ha da sempre rimescolato le carte in tavola. Qualcuno si aspetta che intervenga, in molti lo reclamano.

Da sabato pomeriggio i protestanti hanno preso Taksim Square, ora bisognerà capire se riusciranno a tenerla. Intorno alla piazza, simbolo della protesta, sono state erette barricate per impedire il passaggio dei mezzi corazzati della polizia. Fino a qualche ora fa a Taksim non c’era l’anima di un poliziotto.

La popolazione si riprende i suoi spazi. S’intonano canti, si danza, si discute di politica e delle mosse successive. I manifestanti hanno lavorato sodo ripulendo l’intera zona con organizzazione e spirito incredibili. I turchi si mobilitano, si aiutano tra loro, aprono le loro porte, offrono pomate contro i gas lacrimogeni, acqua e primo soccorso. Si tratta di una grande, collettiva dimostrazione di umanità. Soltanto le macchine della polizia rimangono ribaltate e se ne stanno lì, immobili, nel mezzo di piazza Taksim, cavalcate dai manifestanti che scattano foto ricordo della lotta.

Nella notte tra domenica e lunedì gli scontri si sono spostati nella vicina Beşiktaş,ma la polizia è riuscita da poco a respingere i manifestanti. Sappiamo benissimo quali risorse militari possiede il paese. I manifestanti scrivono sui social media: “dobbiamo resistere fino a venerdì prossimo”.

Non sappiamo se ci riusciranno, ma una cosa è certa: questi giorni di protesta hanno inferto un duro colpo all’Akp, simboleggiando la prima inaspettata sconfitta politica del premier Tayyp Erdoğan. Certo, non era facile prevedere una così grande partecipazione, ma l’uso della forza non ha giovato alla sua reputazione. Più di 11 mila persone oggi invocavano le dimissioni del premier.

“Non perdoneremo quello che avete fatto” gridavano “la storia ci renderà giustizia”.

*da Limes, 3 giugno 2013

di Lorenzo Posocco

 

Scritto da Redazione

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