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Pussy Riot, il marito di Nadezda: “Trasferita in Siberia”

Il marito di Nadezda Tolokonnikova, leader del gruppo di Pussy Riot che nel febbraio 2012 inscenò una ‘preghiera punk’ anti-Putin nella cattedrale moscovita del Cristo Salvatore, ha denunciato su Twitter che la giovane sarebbe in viaggio per essere trasferita in un penitenziario della lontana Siberia.

La decisione delle autorità russe, peraltro già paventata un anno fa a seguito della condanna, sarebbe da ricollegare alla lettera che il 19 ottobre scorso la cantante aveva fatto avere al suo avvocato: “confesso – scriveva la Tolokonnikova -, temo per la mia vita, perché non so cosa potranno fare della mia vita i carnefici dei servizi penitenziari della Mordovia“.

La notizia del trasferimento, ancorchè non sia stato indicato il luogo, è stata confermata anche dalle autorità russe, su esplicita domanda dal rappresentante per i diritti umani della Russia Vladimir Lukin: “Su richiesta di un certo numero di attivisti per i diritti umani ho contattato la dirigenza del Servizio penitenziario federale e ho chiesto loro circa il destino della Tolokonnikova. Mi è stato detto che stava bene e che si trova in viaggio per essere trasferita in un nuovo luogo di detenzione, un istituto dove sconterà il resto della sua condanna“.

Lukin ha poi aggiunto che la donna sarebbe costantemente tenuta sotto controllo da un medico, anche per le conseguenze che potrebbe avere lo sciopero della fame che la donna ha cominciato a settembre proprio per denunciare le condizioni della sua prigionia in Mordovia.

Secondo il marito, in ogni caso, Nadezda sarebbe stata trasferita a circa 5000 chilometri dal centro della Russia, nel cuore della Siberia, “come punizione per l’attenzione mediatica suscitata dalla sua lettera”. Non è escluso, perciò, che il campo di detenzione sia la “colonia penale 50” nella Siberia occidentale, nella regione di Krasnoyarsk.

 

E’ bene ricordare che la Russia è ormai da anni nel mirino delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani. E abbondano i dossier sulla repressione sistematica del dissenso messa in atto da Putin. Non ultimo il rapporto annuale di Human rights watch (Hrw) che fotografa lo stato dei diritti umani nel mondo.

Nel capitolo riguardante la Russia sono pesantissime le critiche riservate al governo di Vladimir Putin, che starebbe portando avanti la peggior repressione nei confronti della società civile dalla caduta dell’Unione Sovietica. Durante i suoi tre mandati Putin ha fatto varare una serie di leggi fortemente liberticide, certamente incompatibili con lo status di paese libero e democratico. Queste norme, per fare degli esempi, prevedono multe per chi partecipa a manifestazioni contro il governo e obbligano le ong che ricevono finanziamenti dall’estero a essere segnalate come “agenti stranieri”.

Come è stato rilevato recentemente dal Parlamento di Strasburgo “la situazione dei diritti umani in Russia peggiora, in particolare nel Caucaso settentrionale (che comprende Ossezia, Inguscezia e Cecenia). Le cosiddette ‘guerre cecene’, dal 1994 al 1996 e poi dal 1999 al 2008, sono state le peggiori nei territori post-sovietici, comparabili a quella dell’ex – Yugoslavia. Migliaia di morti, torture, rapimenti, stupri. Ma la verità sui crimini, sugli esecutori e sui mandanti non è ancora venuta a galla. Non solo, molti giornalisti e militanti che hanno indagato su questi fatti sono stati uccisi. E’ il caso, il più noto, della giornalista della Novaja Gazeta, Anna Politkovkaja assassinata il 7 ottobre del 2006 nell’androne del suo palazzo, in pieno centro di Mosca, mentre rincasava dalla redazione.

 di Redazione

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