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Il settore delle armi non conosce crisi

La spesa mondiale per gli armamenti relativa al 2012, secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), si attesta al 2,5% del p.i.l. globale, circa 1753 miliardi di dollari in valori reali.(1) Un dato impressionante, si tratta di un livello di spesa ancora molto vicino al periodo della Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti sono la nazione con più alto livello di spesa per gli armamenti, coprono da soli i 2/5 della spesa mondiale, ossia 682 miliardi corrispondenti a circa il 39% del totale. La Russia ha avuto nel 2012 un incremento della spesa militare del 16%, dovuto al programma di rinnovamento e modernizzazione delle forze armate che sarà completato entro il 2020. La Cina ha speso il 7,8% (166 miliardi di dollari) in più per l’acquisto di sistemi d’arma. L’incremento del colosso asiatico è del 175% nel decennio 2003-12, il più significativo fra i 15 maggiori acquirenti del mondo.

L’Italia è nella top ten, nonostante una riduzione sulla spesa sia nel breve periodo (-5,9% nel 2011-12) sia nel medio periodo (-19% nel decennio 2003-12). L’Italia spende l’ 1,7% (34 miliardi di dollari in valuta reale) del Pil per la difesa, mentre investe l’1,1% in cultura, come segnalato da Eurostat. In pratica l’Italia ha speso 34 miliardi di dollari, 26 miliardi di euro. Questa quota non secondaria del PIL italiano appare costante negli ultimi cinque anni, pur in presenza di una gravissima crisi economica, nonostante il ministro della difesa abbia pubblicamente affermato che le nostre spese sono circa la metà di quanto rilevato sia dal SIPRI sia dalla stessa NATO. L’istituto svedese presenta i dati dell’Italia come stime, in quanto i bilanci della difesa non sono assolutamente chiari e trasparenti, essendo divisi su più ministeri e vanno integrati con i rilevanti finanziamenti per le missioni internazionali.

Nonostante la crisi economica, il mercato bellico regge, i produttori di armi hanno aumentato le vendite. Le aziende americane detengono il 60% del mercato globale(3) (il 29% quelle europee) e in cima alla lista c’è la multinazionale statunitense Lockheed Martin, quella dell’F-35, con un fatturato di 36,3 miliardi dollari nel 2011, e di 44,8 milirdi nel 2012, secondo l’elenco dei produttori mondiali elaborato da “defense news” (2), seguita dalla Boeing (USA), BAE Systems (GB), General Dynamics(USA), Raytheon (USA) e Northrop Grumman (USA). All’ottavo posto c’è Finmeccanica con 14,5 miliardi di dollari. Che l’F-35 sia un progetto strategico per gli Stati Uniti sia dal punto di vista militare, sia da quello economico è evidente. L’F-35, aereo d’attacco, (intervista a Maurizio Simoncelli)(4), ha incorporato la multifunzione avanzata di Data Link (MADL) della Northrop Grumman, un sofisticato sistema avanzato di comunicazione tra gli F-35.

Siamo di fronte ad un’economia di guerra che si continua ad incentivare e che andrebbe al contrario rivista. La crisi economica mondiale, quella reale che riguarda lavoratori e imprese, potrebbe essere l’occasione straordinaria per cominciare a pensare e attuare un modello di sviluppo diverso, ma per fare questo ci vuole coraggio. Ho qualche dubbio che chi ci governa ne sia in possesso, ma soprattutto che sia capace di resistere alle pressioni delle lobby degli armamenti.

di Francesco Madrigrano

 

1) http://milexdata.sipri.org/files/?file=SIPRI+milex+data+1988-2012+v2.xlsx

2) http://special.defensenews.com/top-100/ 

3) Il Sipri non ha informazioni sulle aziende cinesi del settore armamenti

4) http://www.scenariglobali.it/index.php?option=com_content&view=article&id=94:nucleare-europa-come-la-somalia-non-conta-nulla-sugli-scenari-globali&catid=21:interviste&Itemid=113

Scritto da Redazione

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