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Il Golpe cileno. 11 settembre 1973

L’undici settembre del 1973, trent’anni prima dell’ultimo 11/9, prese velocemente forma un tragico evento nella storia del Cile e di tutto il Sudamerica.

 

Era un martedì, affondato nel cuore della Guerra Fredda. Era di mattina, e quel che accadde fu che alcuni corpi speciali dell’esercito del Cile, comandati dal generale Augusto Pinochet, diedero vita ad un violento colpo di stato volto a destituire il presidente Salvador Allende ed il suo governo (democraticamente eletto) legato alla coalizione di Unidad popular.

Il palazzo presidenziale (el Palacio de la Moneda) venne bombardato con all’interno lo stesso Allende ed alcuni tra i suoi ministri e consiglieri.

Il presidente cileno morì quella mattina, dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavorator!i”.

Dopo di lui iniziarono ad essere eliminati altri militanti e simpatizzanti del movimento operaio.

Ma ancora era solo l’inizio.

Quel che stava per cominciare era una dittatura militare che sarebbe durata per quasi vent’anni. E che non trascurò di trasferire nel proprio ricordo, tra le altre cose, omicidi e deportazioni di massa: furono circa diecimila i cileni torturati, e centinaia le migliaia di persone costrette all’esilio.

La distruzione delle istituzioni democratiche fu veloce e capillare. A tutto si sostituì il dominio militare.

Salvador Allende aveva vinto le elezioni tre anni prima della sua morte, il 5 settembredel 1970. Per pochissimi voti aveva battuto il candidato voluto dai partiti della destra, l’ex presidente Jorge Alessandri.

Quello che iniziava i suoi lavori era il primo governo di sinistra eletto democraticamente in Cile ed in tutto il Sudamerica.

All’ordine del giorno c’era l’avvio di un processo di nazionalizzazione dell’economia, tipico delle politiche economiche dei paesi sudamericani. In Cile, particolarmente importante era la produzione di rame, ma, purtroppo per il popolo cileno, nel settore avevano i loro forti interessi gli Stati Uniti d’America, i quali, sia per gli interessi sul rame che per il contesto disegnato dalla Guerra Fredda, non potevano accettare di buon grado  la nuova politica del presidente Allende.

Il nuovo governo cileno dovette così molto presto affrontare un crescente fronte oppositore fomentato dagli Stati Uniti. Allende tra le prime cose nazionalizzò i monopoli, con lo stato che  prese il controllo dei prezzi. A ciò aggiunse una scelta di politica estera favorevole alla relazione con altri stati socialisti. D’altro canto gli scontenti iniziarono ad emergere sia a sinistra che a destra: i gruppi rivoluzionari pressavano affinché il governo prendesse decisioni di stampo più radicale, mentre la destra era complessivamente in profondo disaccordo con tutto il progetto governativo. In ogni caso il primo anno di governo del nuovo presidente si chiuse con una forte crisieconomica (dettata anche da fattori legati alla situazione internazionale) e con un netto calo di investimenti e nella produzione. Alla fine dell’anno vennero riscattate molte aziende in fallimento, ma senza riuscire ad amministrarle in maniera realmente produttiva.

Alla fine 1971 le manifestazioni di protesta furono numerose; tra queste si ricorda la cosiddetta protesta delle casseruole, messa in atto dalle donne della borghesia e soprattutto lo sciopero dei camionisti, il cui sindacato riuscì all’inizio del nuovo anno a paralizzare l’intero paese.

Sempre nel 1971, dopo una visita ufficiale di Fidel Castro, Allende annunciò con orgoglio il ripristino delle relazioni diplomatiche con lo stato cubano. Questo nonostante il divieto posto nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati americani e, ovviamente, il nuovo disappunto degli Stati Uniti.

L’amministrazione del presidente americano Richard Nixon cominciò ad esercitare una pressione economica sempre più crescente attraverso molti canali, illegali e non, e che andarono dall’embargo al finanziamento degli oppositori politici all’interno del Congresso.

Lo stesso sindacato dei camionisti, prima dello sciopero, ricevette sostanziosi finanziamenti dagli Stati Uniti.

Cercando nuovi alleati per far fronte alla crisi aperta da congiuntura economica e pressioni statunitensi, Salvador Allende si rivolse anche, suo malgrado, ad un fidato generale dell’esercito.

Nome, Augusto Pinochet.

A lui venne affidato il comando delle forze armate, e sempre a lui il presidente cercherà di chiedere aiuto durante l’assedio dei carro armati al palazzo presidenziale dellaMoneda, senza sapere di chiedere aiuto al proprio carnefice.

Carnefice dietro al quale avevano agito, come abbiamo visto, gli Stati Uniti del presidente Richard Nixon e soprattutto del segretario di stato Henry Kissinger.

Pochi giorni dopo la vittoria elettorale di Allende nel settembre del 1970, i due già stavano cospirando nella Stanza Ovale. Loro il piano e la volontà di rovesciare il governo cileno, attraverso un’azione attentamente preparata dai servizi segreti.

Nei tre anni successivi all’elezione di Allende, la CIA aveva scientemente organizzato forme di sabotaggio economico e di guerra psicologica contro quel governo così restio a mettersi in riga con i dettami di Washington, ossia: non permettere ai partiti comunisti di entrare nell’esecutivo; non espropriare le proprietà degli Stati Uniti; perseguire un economia di libero mercato ed evitare, come già detto, ogni relazione con Cuba. Alla fine si passò a forme più dirette, ed i militari cileni poterono procedere alla distruzione del sistema bicamerale dello stato, delle istituzioni democraticamente elette, dei sindacati e dei liberi mezzi di comunicazione.

Più generalmente, furono cancellate tutte le libertà civili già conquistate dai cileni.

Con la benedizione degli Stati Uniti.

Fu americano l’assenso al formarsi della dittatura, un vero regno del terrore, e fu americana la responsabilità di aver permesso che questa dittatura, riassunta nella figura del generale Augusto Pinochet, potesse durare più di quanto durò quella hitleriana.

Peraltro l’atteggiamento americano fu, negli anni successivi al colpo di stato, di sostanziale estraneità alle cose cilene, mostrandosi non coinvolti con quel regime militare che si andava caratterizzando per la repressione, l’autoritarismo ed il blocco di tutte le politiche economiche di matrice marxista.

Solo di recente il segretario di Stato Colin Powell ha ammesso che l’affare cileno non è stata una pagina della storia americana di cui andare orgogliosi.

D’altronde, ha anche ricordato Powell, Allende aveva commesso il grave errore, in tempi di guerra fredda, di ammettere all’interno della sua coalizione di Unidad popular il partito comunista cileno…

Che Nixon e Kissinger volessero davvero salvare il Cile, come confidarono a RichardHelms (ex direttore della CIA)? Sebbene Mosca non diede un significativo aiuto ad Allende, il dogma ideologico di Nixon e Kissinger fu sufficiente a motivare il sostegno al golpe.

Lo stesso Helms confidò in alcuni suoi appunti di aver ricevuto l’esplicito ordine di rovesciare il governo del Cile, senza preoccuparsi degli eventuali rischi connessi.

Ma l’atteggiamento americano in Cile, è bene ricordarlo, non fu un fatto isolato. Si possono purtroppo menzionare altre intromissioni laddove si presentasse lo spauracchio del pericolo comunista. Successe con il Nicaragua, successe ad Haiti e successe, come sappiamo, a Cuba, dove grazie al famigerato Emendamento Platt le forze armate poterono  occupare l’isola in diverse occasioni, oltre ad impiantarvi una propria base nella Baia di Guantanamo.

Ma all’inizio del secolo le truppe americane non si erano risparmiate interventi (per contrapporsi a movimenti rivoluzionari locali) in Colombia, in Honduras, nellaRepubblica Dominicana, a Panama, in Messico ed in Guatemala e Costarica.

Addurre come scusante per gli eventi cileni la Guerra Fredda significa voler ignorare i significativi antecedenti interventisti della politica estera degli Stati Uniti durante tutto il ventesimo secolo, in Sudamerica e altrove.

Quel che fece la CIA durante la Guerra Fredda fu agire in piena violazione di una serie di trattati firmati dagli stessi Stati Uniti e che escludevano l’intervento negli affari interni delle altre nazioni.

A quindici anni di distanza dal golpe venne organizzato un plebiscito per sapere se la popolazione desiderava che continuasse il governo di Pinochet.

La risposta fu no.

Nel 1990 l’addio politico di Pinochet, con l’elezione di Patricio Aylwin, del Partito Democratico Cristiano.

Il generale dittatore venne accusato per l’esecuzione di terribili crimini e violazioni contro i diritti umani, ma non fu giudicato. Si dichiarò che soffriva di demenza vascolare.

Da due anni il generale sanguinario è agli arresti domiciliari, la Corte Suprema ha dichiarato non valida la sua immunità per demenza, ma il giudizio per i suoi crimini ancora non è stato emesso.

di Matteo Liberti

 

Fonte: http://www.instoria.it

Scritto da Redazione

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