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Quer pasticciaccio brutto de via Sondrio (e non solo…)

Il rapporto dei romani con l’Atac, l’azienda di trasporto pubblico della Capitale, rimane da sempre oscillante tra l’odio, l’amore e la rassegnazione. Mezzi di ultima generazione accanto a ruderi ormai inaffidabili, attese interminabili ed imprecisate alle fermate, una rete di metropolitane ridicola, un tasso di evasione altissimo e nessuna iniziativa presa per fronteggiarlo sono solo alcuni dei problemi che si trovano a fronteggiare quotidianamente gli utenti dell’azienda di trasporto pubblico più grande d’Europa. Un servizio che vale poco, pagato poco. Fino all’estate del 2012 un biglietto di corsa semplice costava 1 euro, fatto passare ad 1,50 sotto l’amministrazione guidata da Gianni Alemanno.

Mezzo euro che, davanti alla biglietteria, pesa eccome. Un aumento che, però, sembra non avere riscontri sui bilanci dell’azienda: a fronte di un miliardo di passeggeri, nel 2012 Atac ha ricavato dalla vendita di biglietti appena 249 milioni di euro, ed ha chiuso l’anno con oltre 150 milioni di deficit ed un debito accumulato che raggiunge gli 1,6 miliardi. Ai primi di novembre un nuovo tassello si è aggiunto a questo quadro deprimente. Un tassello criminale. Il quotidiano Repubblica da notizia di una relazione finita nelle mani della Procura che rivelerebbe un’operazione perpetrata ai danni dell’azienda di trasporti, proprio dai suoi vertici. Il titolo è da spy story. O da teatro dell’assurdo: “Un bunker segreto stampa biglietti clonati. Cosi l’Atac ricicla fondi neri per la politica”. Un sistema machiavellico fondato su basi molto, molto semplici. L’azienda stampa biglietti, tantissimi biglietti ogni anno. E i biglietti hanno un valore in danaro. E’ un po’ come stampare banconote.

Tutto fila liscio fin quando ogni singolo titolo di viaggio viene “seguito” nel percorso che va dalla stampa, alla vendita, all’obliterazione da parte dell’utente. Ma se parte di questi biglietti viene prodotta in nero, senza lasciare tracce, è facile capire che si ha tra le mani un patrimonio che ufficialmente non esiste. Un patrimonio a disponibilità illimitata. Nel marzo del 2012 la Guardia di Finanza scova un’associazione a delinque dedita alla produzione di titoli di viaggio falsi: quattordici persone vengono iscritte nel registro degli indagati, ma è solo la punta dell’iceberg. Qualche mese dopo, ad agosto, viene messa a punto una relazione tecnico-investigativa sui titoli di viaggio dell’Atac spa. Leggerla è un po’ come aprire il vaso di Pandora: dietro la truffa si nasconderebbe un “sistema oliatissimo” gestito da un’associazione criminale che arreca ogni anno un danno colossale per l’azienda. Si parla di 70, anche 100 milioni di euro. E il circo va avanti, a quanto pare, da ben 13 anni.

Tutti sanno, nessuno vede, ogni tanto qualcuno parla, e tutto torna nel dimenticatoio. Come nella migliore tradizione dei segreti di Pulcinella. I giornalisti di Repubblica citano una fonte che, però, vuole restare anonima. Centro dell’operazione sarebbero gli uffici di via Sondrio, dove “è presente un’area blindata alla quale si accede solo con un badge abilitato […] li dentro è raccolta l’intelligenza del sistema di bigliettazione. E’ un sistema che dura da anni, un tram sul quale in tanti sono saliti e scesi arricchendosi. Manager, prima di tutto, e poi la politica. I benefici di un sistema che può drenare fino a 70 milioni di euro vanno oltre le istituzioni locali, e toccano anche alcuni parlamentari. Il salto di qualità arrivò nel 2006, quando si capì che al tavolo avrebbero dovuto sedersi tutti, centrosinistra e centrodestra. Il modo migliore per assicurarsi che nessuno lo avrebbe ribaltato”. Parole che sembrano trovare un solido riscontro nella relazione tecnico-investigativa già citata, in cui leggiamo che “la maggior parte degli illeciti attinenti ai titoli di viaggio sono avvenuti a mezzo complicità dell’azienda”. Tra fonti anonime e relazioni per troppo tempo tenute nei cassetti, viene fuori il ritratto di un’azienda che cannibalizza se stessa. Per far quadrare altri “bilanci”, per dar lavoro ad altri “dipendenti”, per servire un’altra “utenza”. E’ la cosa pubblica che si nutre delle sue viscere, che si spolpa dall’interno. Con 70 milioni all’anno si possono finanziare tante altre “imprese”. Per ora la politica gioca a smarcarsi: “Lo dico con molta chiarezza” ha affermato il sindaco Ignazio Marino “se i fatti sono veri spero che se ci sono colpevoli, di qualsiasi partito e forza politica, vengano arrestati e buttata la chiave”, mentre l’ex inquilino del Campidoglio Alemanno ammette con candore che “Sono molti anni che si parla di questa inchiesta sui biglietti falsi di Atac. A tutti i vertici di Atac che abbiamo nominato abbiamo sempre dato mandato di collaborare pienamente con la magistratura e di stroncare qualsiasi interesse illecito”. Chissà. Sarà proprio la magistratura a stabilire chi fa parte di quella che sembra apparire sempre più come un’associazione a delinquere in piena regola. Ora, a diverse settimane dall’inizio dello scandalo di cui nessuno sembra scandalizzarsi, rimane un’unica certezza aleggiante nell’aria. Sembra finalmente chiaro perché nessuno, in anni e anni di passaggi di mano e di colore politico, abbia mai voluto prendere in mano la situazione, e far diventare l’azienda di trasporti pubblici della città più bella del mondo la miniera d’oro che potrebbe essere. Mentre qualcuno puntava il dito verso le precedenti e fallimentari gestioni, verso la totale mancanza di rispetto delle regole mostrata dall’utenza – che sicuramente c’è, ma basterebbe poco per eliminarla – si stava creando l’alibi per coprire le proprie mancanze e le proprie ruberie. Tanto, un giorno, qualcun altro pagherà.

di Francesco Perrella

Scritto da Redazione

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