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In nome del popolo reggino

Il tempo degli onori è finito. La durissima sentenza emessa dal Tribunale di Reggio Calabria a carico del Governatore, Giuseppe Scopelliti, chiude (almeno temporaneamente) un’epoca e sancisce – seppure in primo grado – l’illegalità del “Modello Reggio”, quel progetto amministrativo (sistema di potere, secondo gli oppositori politici) di cui Scopelliti andrà per anni fiero, sbandierando i propri successi elettorali. E che il tempo degli onori sia davvero finito lo si percepisce anche dagli sguardi bassi, dalle facce scure dell’imponente claque intervenuta all’interno dell’aula 13 del Cedir di Reggio Calabria. Solo qualche brusio, quando il presidente del Collegio, Olga Tarzia, legge il dispositivo di sentenza che condanna Scopelliti a sei anni di reclusione (uno in più rispetto a quelli richiesti dal pubblico ministero Sara Ombra).

Poi via, alla velocità della luce, in silenzio. A capo chino.

La severa decisione del Tribunale decapita il centrodestra calabrese del suo unico, vero, leader. Dell’uomo che, da oltre un decennio ormai, ha condizionato e orientato sempre di più le scelte di una parte politica che ora, con la divisione del Popolo della Libertà (e le successive problematiche che scaturiscono, inevitabilmente, da una scissione) vive uno dei suoi momenti più difficili. Il Collegio presieduto da Olga Tarzia applica la legge, decide sulla base dei capi di imputazione – falso e abuso d’ufficio – ma scatena, ovviamente, grosse ripercussioni di natura istituzionale e politica.

La condanna per il reato di abuso d’ufficio, in particolare, mette Scopelliti fuori gioco in virtù della legge Severino, che prevede la sospensione dalle cariche pubbliche per i soggetti condannati, anche in primo grado, per reati contro la Pubblica Amministrazione. Scopelliti, dunque, non potrà più svolgere le funzioni di Presidente della Giunta Regionale. E’ questo il dato politico devastante per Scopelliti e per il centrodestra: perché adesso si scatenerà la caccia alla successione, non solo per la carica di Governatore, ma anche per il ruolo di leader del centrodestra calabrese.

Non sarà divertente vedere l’inetta opposizione di centrosinistra festeggiare e chiedere dimissioni in seguito a una sentenza di un Tribunale; non sarà divertente sentire o leggere “i soliti idioti” che parlano di “toghe rosse”, di giustizia politicizzata, di solidarietà a Scopelliti e di complotti vari; non sarà divertente, diversamente, vedere figure e figuri che fino a ieri bussavano col cappello in mano alla porta del Governatore, danzare adesso sul suo cadavere politico, nella speranza di guadagnarsi una posizione migliore rispetto a quella che ormai occupano da tempo: i leccaculo.

Tutti atteggiamenti che sono espressione della meschinità umana e della pochezza politica e morale di chi occupa i Palazzi del potere.

Non c’è da gioire per una condanna penale. Non c’è da gioire innanzitutto perché parliamo di una condanna di primo grado, non c’è da gioire perché di mezzo c’è la dignità di un essere umano e, soprattutto, perché la condanna di un amministratore pubblico è sì una sconfitta – probabilmente meritata – per il politico imputato, ma è una sconfitta per l’intera comunità.

E forse anche in questo caso parliamo di sconfitta meritata.

La comunità, infatti, è quella reggina, che ha votato (e stravotato) Scopelliti, non una, non due, bensì tre volte. Una comunità che, se si andasse a votare domani probabilmente andrebbe nuovamente a rinnovare la fiducia nei confronti di una gestione politica che ha ridotto Reggio Calabria nelle condizioni in cui è.

Una città devastata dagli anni del “Modello Reggio”. Anni in cui verranno elargiti migliaia di euro a Rtl, in cui si organizzeranno tornei di poker sportivo all’interno della bellissima e preziosissima Villa Zerbi, in cui verranno acquistate (non di certo a modica cifra) le statue di Rabarama, in cui la “Notte Bianca” con cui verrà foraggiata la scuderia di Lele Mora sarebbe stata organizzata (come emerso da alcune indagini) grazie all’intercessione del boss del clan De Stefano, Paolo Martino. Quelli del “Modello Reggio” saranno gli anni in cui – sempre secondo le indagini – le due principali società miste del Comune, Leonia e Multiservizi, saranno infiltrate dalle cosche Fontana e Tegano, saranno gli anni degli specchietti per le allodole: dalle sfilate all’Arena “Ciccio Franco”, alle anomale procedure di “Obiettivo Occupazione”, per arrivare ai proclami sulla depurazione delle acque, con lo slogan “Acqua azzurra, acqua chiara”. Saranno gli anni delle incompiute (su tutte il Palazzo di Giustizia, ancora lontano dalla fine dei lavori), delle opere inaugurate a metà (il tapis roulant). Anni in cui Scopelliti moltiplicherà a dismisura il proprio consenso elettorale, arrivando a stravincere sull’avversario, Eduardo Lamberti Castronuovo, con il 70% delle preferenze: nel frattempo il Governatore verrà pizzicato alla festa della famiglia Barbieri, gruppo di imprenditori in odor di ‘ndrangheta, e alcune intercettazioni di terze persone bolleranno il fratello Tino (mai indagato, comunque) come personaggio dedito alla raccolta di tangenti sugli appalti banditi dal Comune.

Saranno gli anni in cui probabilmente si avvierà verso la drammatica condizione economica-finanziaria, che lo porterà oggi, quando l’Ente è sciolto per contiguità con la ‘ndrangheta, a un passo dal dissesto. Gli anni in cui l’onnipotente dirigente del Settore Finanze, Orsola Fallara, avrebbe non solo arricchito sé stessa, ma falsificato i bilanci comunali che poi Scopelliti avrebbe firmato. Un meccanismo che, secondo il pm Sara Ombra, verrà effettuato per permettere a Scopelliti l’attuazione del suo disegno politico. “Caso Fallara”: giornalisticamente il processo prenderà il nome della dirigente, morta per l’ingestione di acido muriatico alla fine del 2010, dopo essere stata travolta dallo scandalo delle autoliquidazioni e per quelle elargite al proprio compagno. E sarà triste vedere in aula sia l’imputato Scopelliti, sia i suoi legali, scaricare le accuse, le responsabilità dello sfascio sulla donna defunta, un tempo persona di massima fiducia dell’ex sindaco e oggi capro espiatorio di un’intera parte politica.

Forse, a parte la condanna, è questa la parte più triste dell’intera vicenda.

Nulla, tuttavia, scalfirà la forza politica di Scopelliti, che nel 2010 diventerà Governatore, battendo il rivale Agazio Loiero. Un successo ottenuto in ogni provincia, ma che avrà, ancora una volta, in Reggio Calabria lo zoccolo duro, la città che lo premierà oltremodo sotto il profilo elettorale.

Ecco perché forse la sconfitta è meritata per una buona parte della città. Quella città che, nonostante tutto, ha continuato ad appoggiare a vivere del “sistema” messo in atto negli anni del “Modello Reggio”. In tanti (troppi) hanno costruito carriere politiche, burocratiche, professionali e imprenditoriali sulle spalle dell’andazzo cittadino. Ci si è convinti – a torto o a ragione – che conoscendo la persona giusta a Reggio Calabria tutto (o quasi) fosse permesso. In tanti, se cade Scopelliti, dovranno adesso cercarsi un lavoro vero, di quelli che esistono fuori dai Palazzi.

Pur avendo grande stima del pubblico ministero Sara Ombra e del Tribunale di Reggio Calabria, non è una requisitoria o una sentenza a sancire il fallimento di un’azione amministrativa. Le Procure e i Tribunali – spesso lo dimentichiamo – si occupano di reati e accertano, eventualmente, l’illegalità di determinate condotte. Scopelliti è stato condannato solo in primo grado, ha tempo e modo di dimostrare, eventualmente, la correttezza delle proprie condotte. E anche in caso di condanna in secondo grado la Corte d’Appello, verosimilmente, mitigherà la durissima pena inflitta dal Tribunale: come tutti, quindi, Scopelliti è “non colpevole” fino alla sentenza di Cassazione.

“Non colpevole”, questo dice la Legge. Che è cosa ben diversa dalla inesistente “presunzione di innocenza” che viene sbandierata con ignoranza ad ogni occasione utile.

Ma qualora la condanna su Scopelliti diventasse definitiva, le aule di giustizia avrebbero solo certificato che il “Modello Reggio” è un sistema amministrativo illecito. Il fallimento politico, invece, è tutta un’altra storia, che solo a volte coincide anche con la storia giudiziaria. Della strada imboccata da Reggio Calabria fin dai primi anni 2000 hanno detto e scritto in pochi. Il numero è aumentato nel tempo, quando alcune condotte non potevano più essere celate, come si fa con la polvere sotto il tappeto. In tutti i casi la risposta è stata l’offesa, il dileggio di coloro i quali, pochi, fin dall’inizio, hanno provato a spiegare e a racontare anche l’altra faccia dell’Amministrazione Scopelliti.

Quella meno sbrilluccicosa.

Sì perché, a fronte delle kermesse e della movida, Reggio Calabria imboccherà ben presto la strada dell’ingiustizia sociale: a centinaia giovani e meno giovani senza un lavoro, servizi inefficienti (o inesistenti), degrado urbano che fa il paio con quello morale.

Ogni città, probabilmente, ha una grossa fetta di popolazione che vive grazie allo status quo, al “sistema”. Ma ogni città, anche Reggio Calabria, che sempre più assomiglia per tinte fosche e corruttela a Gotham City, ha una parte, forse minoritaria, forse irrisoria numericamente, che costituisce il “non sistema”. Una fetta di popolazione che conduce la propria vita con dignità, nel rispetto delle regole e puntando tutto sulle proprie capacità e non sull’esistenza del “compare” di turno all’interno del pubblico o del privato. Quella parte di città, che non risponde necessariamente a ideologie comuniste, come qualche stolto sicuramente penserà, ha assistito alla deriva cittadina e, in alcuni casi, ha lottato per evitarlo. E però non è di certo appiattendosi su una sentenza di primo grado che la città potrà rivedere la luce: anche perché spinte ulteriori (e per certi versi differenti dal gruppo di potere di Scopelliti) si affacciano già, disegnando un orizzonte non di certo più sereno di quello osservato negli ultimi anni.

Nel tempo del giustizialismo, nel tempo in cui si diventa (talvolta) impresentabili solo se si è passati dalle aule di giustizia, la sentenza letta dal presidente Olga Tarzia, fornisce forza e un piccolo “risarcimento” morale a chi il “Modello Reggio” l’ha subito e combattuto. Forza perché non si tratta più illazioni giornalistiche o di lotte politiche, ma di una sentenza di primo grado, pronunciata “in nome del popolo italiano”.

Anzi no. “In nome del popolo reggino”.

di Claudio Cordova

Fonte: http://ildispaccio.it/

 

Scritto da Redazione

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