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Dopo il flop del 9 dicembre i “Forconi” vogliono ripartire dai territori

Il 9 dicembre è passato e la “rivoluzione” non c’è stata. Nel frattempo il movimento, erroneamente chiamato dei “Forconi”, ha fatto registrare una vistosa frattura al suo interno, tra l’ala veneto-sicula, più prudente e dialogante,  e quella laziale, capitanata da Danilo Calvani, l’agricoltore dell’Agro Pontino, che il 18 dicembre scorso ha portato a Roma qualche centinaio di persone, fallendo clamorosamente l’obiettivo della “marcia” sulla capitale.

E ora? L’abbiamo chiesto direttamente ai protagonisti, a Mariano Ferro e Giuseppe Scarlata, i capi dei  Forconi siciliani, che abbiamo incontrato ad un presidio del movimento nei pressi dello svincolo autostradale di Cosenza Nord, in Calabria.

Atmosfera dimessa, non più di cinque persone, una tenda ed il camper con la scritta “Forconi”, due bandiere italiane e due bandiere del Regno delle Due Sicilie. Sig. Ferro che ci fanno quelle bandiere del Regno dei Borboni? «Mah, e che ne so. Proprio ieri a Verona, al coordinamento nazionale, ci siamo detti che l’unico modo per governare questo movimento è non governarlo. Ci può stare chiunque, ognuno porta la sua identità».

Parliamo prima con Giuseppe Scarlata, vicepresidente del movimento, mentre Ferro è impegnato in una “riunione” con un gruppetto di manifestanti nella tenda che da più di un mese ormai, insieme ad un braciere, sta lì montata, sulla rotonda spartitraffico all’uscita dell’autostrada. Gli chiediamo che cosa è successo in questo frangente, dopo che i riflettori dei media nazionali si sono spenti sulla loro protesta. «Intanto vorrei partire dalla spaccatura sulla manifestazione di Roma. Pensare di fare una “marcia su Roma” era un’utopia ed una trappola. Una volta a Roma o si portava avanti fino in fondo lo scontro con le istituzioni, con tutte le conseguenze del caso, o si diceva “abbiamo scherzato”. Ed in ogni caso si rischiava di essere strumentalizzati da facinorosi ed estremisti, come in parte è stato. Noi avevamo proposto di mandare una delegazione “filtrata” a Roma e di spostare la protesta nei territori, dove più facile sarebbe stato controllare la piazza ed aiutare, in caso di bisogno, le forze dell’ordine. Una cosa è certa: noi non ci siamo né venduti né ritirati. A Verona il coordinamento della protesta ha deciso di andare avanti, ripartendo dai territori». Insomma, lo Stato ha mostrato i muscoli….«Guardate, noi non avevamo e non abbiamo intenzione di far degenerare la nostra protesta in un discorso violento, ma lo Stato deve capire che non basta la repressione per risolvere i problemi. Se continuano a dimostrarsi insensibili, non si può prevedere che piega prenderà la rabbia degli italiani».

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Terminato l’incontro, dopo qualche foto ricordo con i presenti, ecco Mariano Ferro, col suo cappellino blu ed il suo smanicato nero, la sua divisa d’ordinanza ormai. E’ disponibile, si concede molto volentieri alle nostre domande. Gli facciamo notare che la protesta sembra ormai sopita, nonostante qualche focolaio che si intravede qua e là. «In Sicilia abbiamo dovuto fare i conti con uno stato di polizia che di fatto ci ha impedito di protestare come avremmo voluto. La gente ha avuto paura a seguito dell’emanazione di ordinanze prefettizie che impedivano il pieno svolgimento della nostra lotta. La stessa cosa si può dire per il resto del paese. Credo che ormai in Italia sia impossibile concepire forme di protesta diverse da quelle che fanno i sindacati, le forze sociali organizzate. E tuttavia, siccome non possiamo far cadere nel vuoto tutto quello che abbiamo fatto finora, l’una strada che possiamo seguire è quella di spostare la lotta nei comuni, chiedendo ai sindaci cosa vogliono fare» Perché nei comuni? Si spieghi meglio. «Andremo dai sindaci per chiedere che ci diano una mano  a far cambiare le leggi che strozzano la povera gente. Di fronte a chi non può pagare i tributi, le tasse, chiederemo loro di non essere solo esattori, ma alleati dei cittadini».

Il dubbio che dietro l’attivismo di queste persone ci possano essere ambizioni politiche personali ce l’hanno in molti, ed anche noi. La domanda la giriamo allora direttamente a Ferro, che risponde così: «In questo momento la nostra lotta non avrà una proiezione politica ed elettorale. Tuttavia dobbiamo sgombrare il campo da ogni ipocrisia: la protesta non nasce per fare un partito, ma le risposte vengono da là, dalla politica. Intanto abbiamo stilato un documento in sei punti che sottoporremo presto all’attenzione del governo, poi si vedrà» Cosa riguardano questi sei punti? «Mah, ci sono cose concrete, come il blocco delle aste fallimentari, per aiutare cittadini ed imprese che hanno perso la partita con la crisi, il rilancio dell’accesso al credito attraverso un fondo di garanzia nazionale che non passi attraverso le banche, la difesa del made in italy, sgravi fiscali sui carburanti che vengono utilizzati nei settori produttivi, ecc.».

Proviamo a tornare sulla politica, chiedendogli se nella loro agenda ci fosse la richiesta di un incontro col nuovo segretario del Pd Matteo Renzi. Registriamo una faccia contrariata, poi questa risposta: «No, più che Renzi, vorremmo incontrare Fassino, in qualità di presidente dell’Anci, per vedere cosa pensa della nostra idea di coinvolgere i comuni nella nostra lotta. Anche se, poi, mi chiedo dove sono gli italiani che si lamentano?». E Grillo? Cosa pensano i forconi di Grillo? «L’opposizione fatta in questo sistema non serve a nulla. Non servono interrogazioni, mozioni, iniziative parlamentari. Non mi sembra che sia cambiato qualcosa da quando c’è il 5 Stelle all’opposizione. E questo lo pensano anche gli italiani, basta vedere i voti che il M5S ha preso alle elezioni regionali in Basilicata e Friuli. Gli italiani vogliono qualcosa di diverso, capiscono che le parole non servono più. L’80% degli italiani è d’accordo con le ragioni della nostra protesta e Grillo duranti i giorni della rivolta non ha battuto un colpo. Noi vogliamo risvegliare la coscienza degli italiani, vogliamo farli uscire fuori, perché adesso hanno perso ogni speranza che possa cambiare qualcosa, preferiscono comprare la corda per impiccarsi anziché uscire fuori e lottare».

Prima di congedarci gli chiediamo come ha vissuto lo strappo di Danilo Calvani. «Quel signore, spaccando il fronte, ha ucciso la nostra protesta, ma noi intendiamo ripartire. Visto che non possiamo ripartire contro lo Stato che è molto più forte di noi, che ha tutti gli strumenti, a partire dall’informazione per finire ai ministeri di polizia, ripartiamo dai nostri comuni».

di Luigi Pandolfi

Scritto da Redazione

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