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Bambino gettato nel Tevere, al via il processo d’appello. Parla la nonna: “Claudio mi guardava come a dire ‘Prendimi'”

Aveva imparato a dire acqua Claudio. Anzi “cua”, acqua come la pronuncia un bambino di 16 mesi. Claudio non sapeva che proprio l’acqua avrebbe fatto fermare il suo piccolo cuore. L’acqua gelida di un fiume d’inverno, l’acqua del Tevere in una Roma ancora imbiancata da un’insolita nevicata.

Claudio Franceschelli ora è per tutti l’angioletto di Ponte Mazzini, perché da quel ponte a due passi da Trastevere è volato nel fiume, lanciato nel vuoto da suo padre.

Giovedì 3 ottobre si aprirà il processo d’appello nei confronti di Patrizio Franceschelli, l’uomo che il 4 febbraio 2012 ha compiuto quel gesto orribile, quel «delitto mostruoso», come lo etichetta il legale della Famiglia Alberto Biasciucci: «Claudio era un bambino sano e robusto e con tanta voglia di vivere».

Patrizio Franceschelli è stato condannato, in primo grado, a 30 anni di carcere. Adesso, la famiglia aspetta fiduciosa che la sentenza venga confermata, senza riduzioni di pena.

Anche la nonna Rita Maccarelli, che non dimenticherà mai quella notte maledetta, quando Claudio, che dormiva a casa sua, fu strappato dal letto. Quando vide il suo nipotino per l’ultima volta.

Signora Maccarelli, cosa ricorda di quella notte del 4 febbraio?

«Non avrei mai immaginato che il padre di Claudio potesse fare quello che ha fatto: pensavo che lo portasse a casa di sua madre. Quando ha bussato, sarebbe stato inutile rispondere che non aprivo: essendo un violento, avrebbe buttato giù la porta. Io ho aperto ad un padre, non ad un assassino».

Lei ha anche subito la frattura di una mano, in quel frangente?

«Sì perché per venti minuti ho tenuto stretto il bambino, mentre il padre mi strattonava e mi intimava di lasciarlo, ripetendomi che era suo figlio. Io non glielo avevo mai negato, ma non potevo accettare che, con il freddo di quella notte e la città coperta di neve, potesse portare fuori Claudio con addosso solamente un pigiamino di cotone. Gli dicevo: “Facciamogli un bel biberon caldo, te lo copro e te lo porti”. Ma niente: mi ha preso a gomitate, e io non allentavo la presa. Finché ha pensato bene di rompermi una mano, affinché mollassi il bambino: ho sentito un gran dolore e, con quella mano, ho lasciato andare mio nipote».

C’era anche sua figlia Manuela, al nono mese di gravidanza.

«Infatti: Patrizio ha strattonato anche lei e, in quel momento, ho avuto una gran paura che cadesse a terra. E lui ha approfittato proprio di quel momento per aprire la porta e scappare via. Di quella notte, mi è rimasta impressa e non dimenticherò mai l’immagine di Claudio, sotto l’androne, che mi guardava e sollevava le manine in alto, come a dire: “Prendimi nonna”. E io non ci sono riuscita. Allontanandosi, il bambino ci guardava, fino a che l’ho visto scomparire oltre il cortile. E da allora non ho più visto mio nipote. Ero sotto shock, pietrificata: non riuscivo ad urlare e sono rimasta come incollata sulla neve, a piedi scalzi. Non ero riuscita a rincorrere Patrizio che se ne andava. Una vicina mi ha portato un paio di ciabatte. E io ero lì senza parole».

Poteva immaginare un epilogo così terribile?

«Assolutamente no, anche se Patrizio era un padre padrone e, solo due giorni prima, aveva massacrato mia figlia. L’aveva tenuta, per ben due giorni, sequestrata in casa senza cellulare, riempiendola di botte. E anche in quel caso, non potevo immaginare quanto stesse accadendo. È stata una successione di violenze: l’1 febbraio ha massacrato il cane, il 2 e 3 ha sottoposto Claudia a quel trattamento, e il 4 ha fatto quel che ha fatto al piccolo Claudio».

Perché tanta violenza? Sua figlia voleva lasciarlo?

«Niente affatto. Claudia era solo molto abbattuta perché aveva perso il nonno il 2 dicembre: per lei era un secondo padre e, per il dispiacere, era giù di tono. Dopo dieci giorni da quel lutto, Patrizio mi chiamò al telefono e mi chiese se Claudia poteva venire a stare un po’ da me con il bambino, perché si riprendesse e si distraesse: era un padre padrone e doveva decidere tutto. Ma io fui ben felice di accoglierla e di aiutarla. Quando, dopo 15 giorni, è venuto a casa mia a riprenderla, è bastato uno sguardo per far capire a mia figlia che doveva preparare immediatamente le borse e tornare a casa con lui. Ma Claudia gli chiese se poteva restare un’altra settimana da me: si stava riprendendo, gli disse. Mia suocera abita al piano di sopra e c’erano anche i cugini e le cugine che venivano a trovarla. Claudia è sempre stata molto affezionata a questo nonno e così stava superando la perdita».

E quale fu la reazione del marito?

«Claudia aveva disobbedito al suo ordine: così, il giorno dopo, è venuto a prenderla, anzi a rapirla. L’ha portata con sé con la scusa di una passeggiata, di un pranzo insieme. L’avrebbe fatta star bene, mi disse. Non ho sentito più mia figlia per due giorni. E le giuro su dio che dicevo tra me e me: “Non mi chiama, evidentemente sta bene”. Invece quell’uomo l’ha portata a casa, le ha tolto il cellulare, l’ha chiusa in camera a chiave e l’ha massacrata».

Patrizio ha mostrato, in quel frangente, segni di squilibrio?

«Assolutamente no: quando è venuto a prenderla era lucido, tranquillo, proprio come quando è venuto a prendere il bambino: non era drogato, né ubriaco, parlava persino sottovoce per non disturbare il vicinato. Anche quando ha riportato a casa mia figlia, avvisandomi la mattina, mi ha detto, con le lacrime agli occhi, che era preoccupato perché Claudia aveva qualche male brutto e dovevo portarla immediatamente in ospedale. Mi ha abbracciato e sembrava visibilmente commosso. Non ho neanche pensato che potesse essere lui la causa delle condizioni in cui trovai mia figlia: la ragazza era in uno stato delirante,  mi guardava con gli occhi ‘di fuori’. Poi, quando l’abbiamo spogliata per cambiarla, abbiamo capito: era tutta un ematoma e, pettinandola, le venivano via i capelli a ciuffi. L’aveva trascinata per i capelli, l’aveva presa a calci e pugni e l’aveva esposta fuori dal balcone. Ma nessuno di noi aveva compreso il pericolo che stavamo correndo: fino alla fine quell’uomo ha recitato».

Cosa si aspetta dall’appello?

«Che riconfermino la condanna a trent’anni di carcere, anche se avrei voluto l’ergastolo. Non è ammissibile che quest’assassino abbia sconti di pena né che sia considerato un detenuto modello. Per quello che ha fatto al figlio, per quello che ha subito suo figlio non doveva esserci neanche l’appello, ma una condanna definitiva e basta».

Come le piace ricordare Claudio oggi?

«Proprio quella sera, dopo aver mangiato il suo brodo vegetale, Claudio si avvicinò a me facendo “Mmm Mmm”: voleva un po’ del risotto con i funghi che avevo cucinato. Gliene davo un poco; Claudio lo mangiava e continuava a guardarmi facendo il suo verso. E poi indicava con il dito la zia Manuela, perché voleva un po’ d’acqua. Ma non diceva ancora la parola e si limitava a farle segno con la mano. Allora mia figlia si è chinata un pochino e gli ha detto: “Claudio si dice acqua”. E lui per la prima volta in assoluto ha detto, con la sua vocina, “cua”».

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A illustrare più chiaramente l’iter processuale e quello che accadrà il 3 ottobre, quando si aprirà il processo d’appello nei confronti di Patrizio Franceschelli, è l’avvocato Alberto Biasciucci, legale della Famiglia Ciadini-Maccarelli.

L’imputato è stato giudicato, in primo grado, capace di intendere e volere. In appello, sussiste il rischio di una riduzione della pena, laddove venisse riconosciuta la semi o la totale infermità mentale?

«Patrizio era lucidissimo, quando ha fatto quel che ha fatto: sia quando ha bussato alla porta della nonna, dicendo “Sono Patrizio”, sia quando ha bussato nuovamente, dicendo che aveva dimenticato il cappello – ed era vero – e ha afferrato il bambino, scappando via. Ha fatto anche un giro esplorativo per capire se ci fosse un qualche pericolo, se in casa c’era un uomo o Claudia (che invece era ricoverata in ospedale dalla sera precedente».

Insomma, una premeditazione lucida?

«Infatti, la totale incapacità di intendere e volere è esclusa, e lo stesso psichiatra della difesa sostiene che all’imputato si possa riconoscere solo un’incapacità di intendere e volere parziale. Sull’invalidità parziale, invece, si dovrà esprimere il collegio di due magistrati, più la giuria popolare, composta da quattro uomini e due donne. Il presidente della prima Corte d’Appello ha convocato lo psichiatra incaricato dal giudice della perizia, presentata nel primo grado di giudizio, affinché si confronti con il perito nominato dalla difesa. Le conclusioni della perizia sono state che il condannato era ed è pienamente capace di intendere e volere. Ora, naturalmente, la difesa mira, con il proprio psichiatra, ad attaccare quella perizia in tutti i modi, puntando ad una riduzione della pena e a 15 anni di carcere».

Ma, per il primo grado di giudizio, si è parlato anche di aggravanti generiche non contestate dal pm, vero?

«Esattamente: abbiamo avuto un pm piuttosto evanescente, distratto, un po’ assente che ha contestato l’aggravante della parentela, ma si è dimenticato di contestarne altre due che, invece, consideriamo pertinenti, ossia i futili motivi e la crudeltà. Lo dimostra il fatto che, in un giorno di gelo a Roma, il bambino sia stato condotto fuori casa, piangente e terrorizzato, solo con un pigiamino leggero; sia stato buttato nella neve, mentre l’assassino con le mani libere allontanava da sé la zia del bambino, al nono mese di gravidanza, e con una spinta la gettava a terra; che l’assassino torceva ben bene la mano alla nonna. E poi, percorreva quei metri che lo separavano da Ponte Mazzini, appoggiava il piccolo sulla spalletta del ponte, lo sporgeva e lo ritraeva tre volte e, poi, lo lanciava nel Tevere, guardandolo negli occhi. Tuttavia, il giudice, la dottoressa Adele Rando, nella sentenza ha riconosciuto quelle aggravanti e quindi le ha sanzionate, superando l’impostazione del Pubblico Ministero. È vero che questo aveva chiesto sempre 30 anni, ma un conto sono 30 anni con una sola aggravante, un conto è la stessa pena ma con tre aggravanti: concedendo uno sconto di pena e cancellando un’aggravante, restano comunque le altre due. E poi, c’è la questione della recidiva».

Ossia?

«Il pm si è dimenticato di contestargliela: il padre del bambino aveva già un precedente, essendo stato condannato per spaccio. Ma il pm, pur avendola indicata in altri atti, non l’ha inserita nell’atto definitivo. Infine, sebbene non l’abbia usato, l’assassino aveva in tasca un coltello, che non gli è stato contestato. Insomma questo pm ha avuto una condotta un po’ buonista e distratta».

Cosa vi aspettate dall’appello?

«La conferma della sentenza, anche se tutto può ancora accadere. Il processo si aprirà il 3 ottobre ma difficilmente si potrà concludere il giorno stesso; oltre all’audizione dello psichiatra, avranno la parola ben cinque avvocati: quello che rappresenta la nonna e la mamma; quello che rappresenta la zia; l’avvocato dell’associazione Valore Donna di Valentina Pappacena, che si è posta al fianco di questa famiglia; quello della difesa e il legale di Roma Capitale, costituitasi parte civile.

Ma nutriamo buone speranze: questo è un delitto mostruoso e Roma non ne ricordava uno uguale dal caso di Tullio Brigida, che uccise tutti e tre i suoi figli».

Il prossimo 5 ottobre Claudio avrebbe compiuto tre anni. Ora, a ricordare questo bambino sfortunato e i suoi grandi occhi azzurri è stata fondata l’associazione Amici di Claudio angioletto di Ponte Mazzini – Roma (www.associazioneamiciclaudio.it e www.amicidiclaudio.it) «… perché un bambino non nasca per soffrire, per essere maltrattato e/o ucciso».

di Isabella Pascucci

Scritto da Redazione

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