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Rodotà: C’è il rischio di una stabilizzazione delle larghe intese

Parliamo del 12 ottobre, la manifestazione in difesa della Costituzione.

La manifestazione parte da un dato di fatto che per noi è importante. In questi anni sono state non solo singole persone, ma gruppi molto importanti che si sono battuti per la Costituzione. C’è stata un’Italia che la Costituzione l’ha applicata e difesa, mentre il mondo politico l’ha tradita. Questa Italia deve potersi esprimere, avere voce, condizionare la politica stessa. Ecco perché spero che la manifestazione sia  chiusa da Don Ciotti, perché Don Ciotti e Libera hanno affermato in questi anni la legalità costituzionale contro tutte le forme di criminalità, contro tutte le mafie. Quindi c’è un dato di realtà dietro questa manifestazione. Ci saranno quelli del movimento per l’acqua che si battono perché l’acqua non sia fonte di profitto, ci sarà Emergency. Gino strada non si occupa di salute sole nei paesi stranieri, sta aprendo laboratori ormai anche in Italia, dove il diritto alla salute è spesso negato. Ci sarà la Fiom, che si è concretamente battuta per i diritti dei lavoratori, che è andata alla Corte costituzionale per difendere quei diritti. Insomma non ci battiamo perché sia rispettato un documento, una serie di articoli, ma vogliamo partire dal modo in cui la Costituzione viene fatta vivere da una serie di gruppi, persone associazioni,  sindacati. Se questi gruppi fanno rete, possono incidere sulla realtà, a fronte di una politica malridotta, incapace di dare risposte. Quindi il 12 la manifestazione deve riuscire. Ma il problema comincia il 13. Ci sono più di 200 associazioni che si sono mobilitate e queste realtà devono rimanere in contatto, devono dialogare tra di loro anche dopo il 12. Proviamoci.

La Costituzione è diventata oggetto di diatriba politica in questi ultimi tempi.

Certo che lo è diventata. E su questo bisogna fare chiarezza. Enrico Letta, nel suo intervento alle Camere, ha detto che bisogna ridurre i parlamentari, eliminare il cosiddetto bicameralismo perfetto, cambiare di nuovo la parte modificata male che riguarda le autonomie locali. Ora, su questo siamo tutti d’accordo. Perché allora si è scelta una strada che deforma la regola di base, cioè il modo in cui si deve cambiare la Costituzione? Perché dietro c’è un secondo pensiero: quello di cambiare la forma di governo, accentrando progressivamente nelle mani di pochi il potere di governo di questo paese, demotivando le persone a partecipare, riducendo i poteri del parlamento.  Ci accusano di essere conservatori perché difendiamo gli articoli ed i principi della Costituzione  che richiamano l’uguaglianza, il lavoro, i diritti. Beh, in questo senso siamo orgogliosi di essere conservatori. Qualche anno fa qualcuno voleva modificare addirittura l’art.1, nella parte in cui si dice che la Repubblica è fondata sul lavoro. Adesso nessuno osa pensare più a questa cosa, perché il dramma delle persone ha messo il lavoro al centro dell’agenda politica e non soltanto in Italia. L’uguaglianza. È una cosa superata? L’ultimo rapporto Istat ci dice che in Italia i poveri sono 14 milioni, il 22%  della popolazione. E’ un tema superato quello dell’uguaglianza? Ecco, stiamo parlando di cose concrete non di astrattezze. Vogliamo provare a prendere la costituzione dalla parte giusta, per renderla funzionale in alcune parti, per difenderla senza esitazione nella sua parte fondamentale. La Costituzione è un progetto di società, così bisogna interpretarla.

Ci dà un suo giudizio su quello che è accaduto alla Camere nell’occasione del voto di fiducia al governo Letta? Le larghe intese vanno a strutturarsi come un modello anche per il futuro?

Quello che è avvenuto è stato per certi versi imbarazzante. Ma il dato politico è un altro. Letta ha usato un’espressione molto impegnativa su cui bisogna riflettere: questo non è più governo di scopo ma un governo politico. Cosa ha voluto dire? Potrebbe aver voluto dire che il governo si basa su una maggioranza più coesa. Oppure che si va verso una stabilizzazione della formula di governo delle larghe intese, depurata dall’impaccio berlusconiano. E, da questo punto di vista, io non sono affatto tranquillo. Berlusconi, io credo, è ormai al capolinea, il suo mondo si sta frantumando, ma la domanda è: come usciamo dal berlusconismo? Ci sono tutti gli indizi per pensare che si lavori per una stabilizzazione verso il centro del sistema politico italiano. 

Si può immaginare un’alternativa?

Guardate, io non vedo la cosa con la lente ideologica. Sto ai fatti. Quando ci si chiedeva chi capeggiasse la scissione nel Pdl, si facevano tre nomi: Formigoni, Giovanardi e Sacconi. Queste sono persone che sui grandi temi sono agli antipodi di una cultura di centrosinistra, di sinistra, progressista. Formigoni, persona al centro di gravi inchieste giudiziarie, costretto a dimettersi dai suoi, possiamo portarlo a riferimento nostro? Se c’è una maggioranza politica lui è uno dei riferimenti politici di questa maggioranza. Giovanardi, omofobo, autore di quella legge sulla droga su cui c’è un referendum che ha firmato lo stesso Berlusconi, anche lui un riferimento? Sacconi, che ha visto il mondo del lavoro solo dal punto di vista dell’impresa…Ora, se questi sono i nuovi riferimenti del Pd io sono molto inquieto, detto sinceramente. L’alternativa. La regressione culturale e civile indotta da Berlusconi in questo paese sarà difficile da superare, costumi, abitudini, abbandono della moralità, cose pesantissime, rispetto alle quali c’è bisogno di una strenua battaglia culturale. Il 12, in questo senso, è un buon punto di partenza…

di Francesco Madrigrano e Luigi Pandolfi

Scritto da Redazione

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