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Noir, storie sottese da un’incredibile suspense. La scrittrice Francesca Bertuzzi si racconta

Autrice di romanzi noir di successo, esordiente con il bestseller Il Carnefice (vincitore del Premio letteratura e cinema Roberto Rossellini 2011), è ora in libreria con La belva: Francesca Bertuzzi, classe 1981, e scrittrice di punta della Newton Compton, ci racconta la sua arte, il suo stile e il suo mondo.  

Il suo ultimo romanzo, La belva, si sta imponendo come un altro grande successo. Come prosegue lo stile dei primi romanzi e in cosa differisce?

«È differente dalle mie precedenti storie sia per il numero di protagonisti coinvolti che per la loro età. In questo romanzo i personaggi principali sono quattro ragazzine tra gli 11 e i 17 anni, che dovrebbero vivere l’estate dei loro primi baci e delle fughe da casa per andare alle feste con i propri coetanei, e che invece, via via che quest’estate trascorre, si ritrovano sprofondate in un’atmosfera sempre più cupa. Il romanzo, infatti, inizia sulle rive di un ruscello in cui le ragazze fanno ancora giochi da bambine ma, con il tempo, ritroveranno il corpo di un ragazzino quasi del tutto sbranato: c’è una belva che si aggira nei boschi del Cadore e sembra che abbia fame proprio di carne umana. Da qui il volto della loro estate cambierà radicalmente, ritroveranno altri cadaveri sulla propria strada e, senza neanche rendersene conto, verranno risucchiate nel vortice di una fame preesistente. Chi o cosa sia la belva è la domanda che si ripete per le 300 pagine del romanzo».

 La critica parla dei suoi romanzi come di storie sottese da un’incredibile suspense. Come nasce questo talento?

 «È un istinto il mio: adoravo il genere fin da quando ero molto piccola. Il primo horror che vidi in Tv fu Misery dal romanzo di Stephen King. Mia madre aveva appena posizionato la televisione in camera mia: mi svegliai di notte, accesi il televisore e vidi quel film. E mi resi conto di quanto mi avvincesse la suspense, quel senso di paura, l’attesa che la protagonista tornasse per torturare lo scrittore. Io vivevo quelle emozioni con la consapevolezza di essere comunque al sicuro, senza essere realmente in pericolo. Da quella sensazione è nato il mio amore per tutto un genere che, prima come lettrice e spettatrice e poi come autrice, porto avanti da alcuni anni».

Quale autore rappresenta il suo modello?

«Sicuramente Joe R. Lansdale, che è un po’ il faro che seguo quando rischio di perdermi in mare aperto, e che è il padre del mio genere, il noir underground. Mi piace la sua capacità di affondare profondamente nell’animo umano, pur riaffiorando, poi, con leggerezza verso la vita: la sua spinta vitale pur nella cupezza delle storie mi piace molto».

E tra i classici ha un altro faro?

«Potrà sembrare strano ma amo profondamente Nabokov. Strano perché, effettivamente, la sua è una narrativa alta, mentre la mia è una narrativa sporca, con un dialogato costante e dei giorni d’oggi. Ma Nabokov è stato il primo autore in cui ho riconosciuto la capacità di creare e descrivere, in Lolita, il desiderio in maniera così chiara: basta l’incipit del suo capolavoro per prenderti e trascinarti con Humbert Humbert, a fondo nel suo peccato.

Inoltre, in lui ho visto un russo andare in America, imparare l’inglese e scrivere un romanzo altissimo in una lingua che non era la sua; ho visto quello scrittore piazzare una bomba nel cuore dell’America negli anni della guerra fredda. E poi, Nabokov ha rivoluzionario il nostro ideale di bellezza, da quella della donna procace alle forme magre e asciutte della ninfetta. Ecco, questo mi ha insegnato quanto potere abbia una penna affilata».

E cosa ha affilato la sua penna? È sufficiente il talento innato o è necessario anche tanto studio?

«Credo che la scrittura, come tutte le altre arti, sia prima di tutto artigianato. Se poi sei un genio e sei straordinariamente bravo diventerai artista comunque. Ma prima di tutto, si parte dall’artigianato, e l’artigianato ha le sue tecniche. E come un musicista deve conoscere il pentagramma e un pittore le proporzioni e la prospettiva, così uno scrittore deve avere dimestichezza con le tecniche narrative. È una strana idiosincrasia quella che sopravvive in Italia, attribuendo alla scrittura un gesto artistico altro che non necessiti di studio.

Invece, in America, in Francia, in Germania gli scrittori siedono sulle cattedre universitarie per insegnare le tecniche narrative, senza che questo nulla tolga alla genialità del singolo caso letterario».

Quindi: studiamo da scrittori.

«Le regole si devono conoscere anche per ignorarle o distruggerle. Ma non si può essere ignoranti rispetto ad una materia che va affrontata con professionalità. Un esempio lampante, a livello cinematografico, è quello di Quentin Tarantino: se non avesse studiato la tecnica della sceneggiatura nei minimi dettagli, non avrebbe mai scomposto i tre Atti, e se non l’avesse fatto non avremmo avuto Le IenePulp Fiction e Kill Bill. Insomma, non esisterebbe l’ultima vera rivoluzione del linguaggio cinematografico».

Molti critici hanno paragonato la tua scrittura proprio allo stile pulp splatter di Tarantino. Ma oggi si scrive un romanzo pensando debba diventare un film?

«Personalmente, sono una sceneggiatrice, ho studiato sceneggiatura ed effettivamente riporto queste tecniche specifiche nei miei romanzi. E non credo questo sia un impoverimento, ma un prodotto dei nostri tempi. Viviamo del linguaggio visivo, un linguaggio piuttosto nuovo; viviamo il videoclip e la pubblicità, il film o il seriale, che entrano prepotentemente a far parte del nostro immaginario e della nostra cultura. Scrivendo, sarebbe impossibile rimanerne esenti e non essere contaminati dalle arti altre. Del resto, in tutte le epoche storiche assistiamo a rivoluzioni che seguono la rivoluzione sociale. E, ai nostri tempi, i libri seguono la rivoluzione visiva».

A proposito di contemporaneità. La traccia del tema di Letteratura alla Maturità su Claudio Magris, uno scrittore vivente. La letteratura dei nostri giorni deve essere insegnata a scuola?

«Bisogna partire dalla convinzione che i classici sono fondamentali per comprendere l’evoluzione della nostra lingua, una lingua ricca e che va preservata: abbiamo la fortuna di possedere un idioma che deriva dal greco e dal latino, ricchissimo di sinonimi e di possibilità linguistiche, a differenza delle lingue anglosassoni più veloci ma più povere. Dai classici attingiamo la grande conoscenza dell’animo umano, ma non dobbiamo ignorare i contemporanei. Anche gli autori viventi risultano fondamentali perché forniscono uno spaccato e un’analisi sociale dei nostri tempi, oltre ad una visione squisitamente intellettuale; creano un punto di vista forte sul mondo che può anche risultare uno stimolo critico ed analitico importante per chi è giovane e si sta affacciando alla società. Un tema su uno scrittore vivente credo sia un ottimo segno, ma è necessario anche un processo educativo, perché le nuove generazioni sappiano qual è il mondo che li aspetta anche in termini letterari. E quale parere migliore, se non quello degli intellettuali e degli scrittori che mostrano il loro peso specifico nella letteratura italiana odierna?».

Però in Italia si legge sempre meno. Una ricetta per far ricredere questo esercito di non lettori?

 «Il libro vive un po’ un misunderstanding e viene vissuto come un dovere, come qualcosa di noioso e non come un piacere. Ogni giorno mi rendo conto, invece, come siano moltissimi gli scrittori che abbiano la facoltà di farmi ridere, anche quando sono da sola in casa, che sanno divertirmi, emozionarmi, che mi astraggono dalla realtà per condurmi in molti altri e fantastici. Esattamente lo stesso che accade quando mi metto davanti alla Tv a guardare una serie o al computer a navigare alla ricerca di qualche video particolare. Bisogna superare l’accezione di letteratura come insegnamento a tutti i costi e considerarla anche come entertainment veloce e simpatico».

 L’Editoria dall’interno: si parla spesso di figure di e ghost writer, di editor compiacenti o in grado di decretare il successo di un libro. La sua esperienza qual è?

 «La storia ci insegna di editor zelanti. Prendiamo casi, come quello di Raymond Carver, in cui l’editor può rivoluzionare non solo uno scrittore ma un’intera generazione di scrittori. L’editor di Carver toglieva agli scritti di questo autore qualsiasi patina di velleità stilistica, e così Carver è ricordato per una caratteristica scrittura asciutta, sospesa e straniante, inaugurando un filone di narrativa che ha preso piede proprio in questo ultimo decennio. Per quanto riguarda la mia esperienza, ho avuto la fortuna di lavorare con Alessandra Penna, una editor che ama profondamente il suo lavoro e che lo svolge con grande serietà: abbiamo una forte sinergia. E questo è sempre un sollievo per uno scrittore: specie dopo aver sentito di editor che parlano del proprio mestiere in maniera raccapricciante, affermando che l’umore del giorno inciderà sul finale del manoscritto che leggeranno; insomma, con interventi non volti a migliorare il libro ma a dare sfogo al proprio umore personale e del momento, rivoluzionando per capriccio le pagine scritte dall’autore perché vadano verso un dato».

 Dal suo primo libro ad oggi: la sua più grande soddisfazione?

«Sono molto orgogliosa dei miei personaggi femminili che risultano esattamente come li volevo, piuttosto strong e tosti, insomma, un’alternativa a diversi cliché di femminilità al servizio dell’uomo o come vittime da salvare a tutti i costi. Invece, sono contenta di fornire un’alternativa di femminilità powerful al mio pubblico, che non fa che manifestarmi il suo interesse in tal senso».

 A cosa sta lavorando?

«Sto ultimando la sceneggiatura di un film horror che sta riscuotendo già parecchio interesse da parte delle produzioni. L’ho scritto con mia sorella Valentina Bertuzzi che sarà anche la regista. Lavorerò presto anche al mio nuovo romanzo. Pur restando nel genere del noir, stavolta avrò bisogno di svolgere uno studio approfondito per calarmi nel background. La storia sarà quella di una giovane donna che vivrà un autentico incubo ad occhi aperti. Per adesso, non immagino storie declinate in altro modo. Ma chissà, magari un giorno penserò ad una storia d’amore o intimista e scriverò anche quella».

 

di Isabella Pascucci  

Scritto da Redazione

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