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“L’Europa non ha strumenti per affrontare le minacce alla democrazia”

Conversazione con Jan-Werner Müller, studioso del pensiero politico tedesco. Che invita a non preoccuparsi tanto del deficit democratico dell’Ue quanto di quello di alcuni suoi Stati membri.

Jan Werner Muller, studioso del pensiero politico, insegna all’Università di Princeton, dove è founding director del Project in the History of Political Thought e acting director del Program in Contemporary European Politics and Society. È autore di testi sul pensiero politico tedesco, sul patriottismo costituzionale e sulla democrazia, tra cui L’enigma democrazia. Le idee politiche nell’Europa del Novecento.

LIMES. In Democracy in Retreat, riferendosi all’Asia e ai fallimenti recenti dei processi di democratizzazione, Joshua Kurlantzick sostiene che la democrazia nel mondo sia in declino. Condivide quest’opinione?
MÜLLER. Bisogna fare due osservazioni. Primo: per orientarsi è utile avere indici globali come quello fornito da Freedom House (anche se si può discuterne la metodologia e il senso di certe comparazioni tra paesi). Ma si può anche essere tentati dal far dipendere affermazioni generiche da questi dati e, per supportarli, combinare fenomeni molto diversi. Kurlantzick, per esempio, considera un problema per la democrazia tutte le “proteste nelle strade” del mondo, mentre i contesti sono molto differenti. Per dare un altro esempio, non serve a nulla mettere nella stessa categoria il Tea Party, Occupy e un colpo di Stato militare supportato dalla classe media, come nel caso egiziano
Inoltre, non è plausibile mettere insieme i veri arretramenti della democrazia liberale, come gli eventi del Bangladesh, della Thailandiadella Turchia e dell’Ucraina, con situazioni come quelle vissute dalla Grecia e dall’Italia (il che non vuol dire negare la gravità della situazione, soprattutto in Grecia). Ma, come svariati commentatori hanno osservato, molti dei recenti cambiamenti negli indici della democrazia hanno riguardato una “terra di mezzo” e non le democrazie mature. Quindi dobbiamo diffidare dalle diagnosi che ci rappresentano circondati dalle Repubbliche di Weimar. 

Secondo punto: è ancora vero che non ci sono avversari di sistema per la democrazia liberale in quanto idea – i questo senso il povero Fukuyama, che è stato ridicolizzato e criticato fin dal 1989, non è stato realmente confutato. Ma forse la nostra aspettativa per cui un vero avversario debba avere fattezze simili a quelle del comunismo e del fascismo – i cui sostenitori, d’altra parte, spesso rivendicavano di realizzare l’ideale della democrazia – mostra quanto restiamo prigionieri del XX secolo: ci aspettiamo uno scontro ideologico onnicomprensivo tra visioni del mondo ben definite, mentre in realtà il problema della democrazia è creato da idee e pratiche che vogliono prendere le sembianze della “vera democrazia”. 
Mi riferisco soprattutto al populismo, un termine spesso abusato ma che riesce a descrivere le attuali pratiche illiberali dei governi in paesi come, per esempio, la Turchia e l’Ungheria.

LIMES. Ha scritto spesso di Ungheria. Qual è il significato delle vicende ungheresi per lo stato della democrazia nell’Unione Europea?
MÜLLER. Eravamo abituati a dare per scontato che, una volta che un paese entrava nell’Unione Europea e otteneva il bollino di vera e propria democrazia liberale dalla Commissione sulla base dei “criteri di Copenaghen” del 1993, non si poteva tornare a uno Stato illiberale e antidemocratico. Le azioni dell’attuale governo ungherese mettono seriamente alla prova questa affermazione. I conflitti tra questo governo, la Commissione europea e il Parlamento europeo hanno dimostrato che l’Ue per ora non è adeguatamente attrezzata per affrontare le minacce alla democrazia liberale all’interno di uno Stato membro. Pensavamo che la principale minaccia per la democrazia in Europa fosse proprio il “deficit democratico” dell’Ue: non sostengo che questo deficit sia magicamente scomparso, perché alcune proposte di “Unione politica” potrebbero accentuarlo ulteriormente. Tuttavia, dobbiamo anche preoccuparci del deficit democratico all’interno degli Stati membri. E poiché uno Stato membro illiberale o anche antidemocratico è coinvolto nel processo decisionale sulle norme che si applicano a tutti gli Stati membri, tutti noi cittadini europei dovremmo preoccuparci di uno Stato che si trova in una situazione simile.

LIMES. Qual è il significato per l’Europa del successo di Angela Merkel?
MÜLLER. In Germania, Angela Merkel ha trovato ampio sostegno per il suo approccio – orientato ai processi, frammentario, senza alcuna grande soluzione per la crisi dell’Eurozona. I socialdemocratici hanno fatto bene a definire a loro favore l’agenda nazionale della grande coalizione nel suo insieme, ma non mi pare che offrano, o ancor meno che perseguano, un piano molto diverso per l’Ue di quello della Merkel (anche se, naturalmente, il suo metodo è sempre quello di non esporsi troppo). Non è pensabile che Martin Schulz diventi un vero rivale di Angela Merkel: è probabilmente il primo politico che ha avuto un ruolo di alto profilo in un contesto europeo prima di diventare importante nella politica nazionale. In sintesi, la presenza di una grande coalizione fa la differenza per la politica interna tedesca – ma non è una grande cesura per l’Unione Europea nel suo complesso. 

LIMES. Quali sono i principali obiettivi della Merkel per il suo terzo mandato?
MÜLLER. Per dirla senza mezzi termini: inizierà a preoccuparsi della sua eredità storica. A livello nazionale vi sono molte questioni incompiute (soprattutto sulla politica energetica), ma immagino che si concentrerà su una soluzione più sistematicaalla crisi dell’Eurozona – anche se, dato il suo stile, una tale soluzione sarà realizzata passo dopo passo, con un’enfasi sulle policies, senza tensioni sulla politics. La questione è se si può mettere mano ai trattati nel futuro prossimo, soprattutto considerando che il Regno Unito vorrà utilizzare questa carta per modificare il suo accordo complessivo con l’Ue.

LIMES. Il 1 gennaio 2014 la Lettonia ha fatto il suo ingresso nell’Eurozona. Lei condivide l’affermazione integrazionista secondo cui l’euro è ancora una storia di successo?
MÜLLER. Su questo tema dobbiamo distinguere due prospettive, senza metterle in contraddizione. Da una parte, lo smantellamento dell’Eurozona causerebbe enormi problemi economici e politici. Certo, sarebbe anche un duro colpo psicologico per tutto il progetto europeo. Quindi, da questo punto di vista, un’espansione continua e il senso della stabilità dell’Eurozona sono importanti per il processo di integrazione nel suo complesso.
Dall’altra parte, la domanda è anche: che cos’è esattamente il progetto europeo oggi? Esiste un accordo effettivo sul suo significato? In particolare, in che senso si tratta di un processo democratico? Tenere insieme l’euro ha conseguenze economiche e politiche per molte persone – come le giustifichiamo? Attraverso i vantaggi economici o con l’argomento che l’euro è, soprattutto, un altro passo verso una sorta di Stati Uniti d’Europa? Questo punto deve essere discusso – e giustificato – più apertamente. Soprattutto se diciamo che l’euro è parte di un progetto per degli Stati Uniti d’Europa pienamente democratici, allora diventa strano dire che non possiamo cambiare radicalmente l’architettura dell’Eurozona così com’è. Del resto, non siamo orgogliosi del fatto che le democrazie possono imparare dai propri errori, che la democrazia è il sistema politico per eccellenza capace di correggersi? Oppure in realtà abbiamo così poca fede negli ideali europei da pensare che anche il più piccolo passo indietro avrebbe conseguenze catastrofiche?
Il punto quindi è che un dibattito serio sull’euro ha bisogno di andare al di là degli slogan (“è una buona narrazione?”, “è una storia di successo?”) e considerare il concetto di democrazia. 

LIMES. Quanto è ampio il divario culturale nell’Unione Europea, in particolare tra paesi del Nord e del Sud?
MÜLLER. Una delle sfortunate eredità della crisi dell’euro è che ora pensiamo e parliamo quasi esclusivamente di Stati-nazione omogenei come oggetto di analisi politica e presupponiamo che la politica europea sia una questione di interessi nazionali che possono essere impostati uno contro l’altro (Germania contro Grecia, ecc.). 
Ancora peggio è il ritorno agli stereotipi nazionali o, per dirla più educatamente, alle “spiegazioni culturali” secondo cui ogni Stato contiene una singola “cultura” che determina la politica – quando in realtà dovremmo cercare di capire gli interessi politici che superano i confini. Detto questo: certamente la storia – e quindi lo sviluppo di culture politiche diverse in Europa – è importante. Dovremmo anche cercare di capire meglio i presupposti di fondo che caratterizzano i diversi attori politici europei, così come le lezioni che potrebbero essere tratte dalla loro storia. Qui il lavoro degli intellettuali, a mio avviso, resta molto importante: dobbiamo spiegarci noi stessi a vicenda, di più e meglio. 

LIMES. Gran parte delle critiche storiche alla democrazia evidenziano il fardello della burocrazia, prendendo di mira l’inefficienza democratica. Questo sembra vero anche per la reazione attuale contro la “burocrazia di Bruxelles”. Come possono le democrazie europee rispondere a questa critica?
MÜLLER. Primo punto: quale sistema politico è più “efficiente” della democrazia? L’autoritarismo? Qual è meno corrotto? L’autoritarismo? Penso che queste siano pericolose illusioni. Abbiamo abbastanza esempi per dimostrare che la tendenza della democrazia al rinvio e all’indecisione in genere ha più successo dell’apparente efficienza dell’autoritarismo. 
In secondo luogo, non vedo alternative al moderno Stato amministrativo, che però non va affatto idealizzato. Come mostrato da storici come Pierre Rosanvallon, se l’ideale di una burocrazia imparziale e altamente efficiente ha fatto molto per legittimare lo Stato democratico, ora esercita meno questa funzione. 
In terzo luogo, è un mito che Bruxelles contenga un’enorme burocrazia. Date le sue funzioni (e le conseguenze della sua efficienza, che riguardano praticamente tutti i cittadini dell’Unione Europea), trovo molto difficile credere che la Commissione sia troppo grande. In realtà, in un certo senso, potrebbe essere vero il contrario, se si pensa – e questo è un grande “se” – che la Commissione dovrebbe supervisionare da vicino i bilanci nazionali, come proposto dai sostenitori di un’Unione politica che vogliono imporre una camicia di forza finanziaria su tutti membri dell’Eurozona. Come possono pochi burocrati di Bruxelles comprendere la complessità di un intero processo di bilancio nazionale? Questa è quella che Friedrich von Hayek avrebbe definito una “presunzione fatale” della supervisione centrale e della pianificazione (ovviamente esagero un po’: non c’è una semplice opposizione tra Bruxelles e le burocrazie nazionali, visto che queste ultime sono sotto molti aspetti diventate “europeizzate”).

LIMES. Secondo un recente sondaggio, il 48,5% degli italiani ritiene che la democrazia possa funzionare senza partiti. Come commenta questo dato?
MÜLLER. La democrazia così come la conosciamo – e come abbiamo imparato ad aspettarci che funzioni, per dare alle società una certa capacità di dirigere il proprio destino – non può funzionare senza partiti. Siamo in un crocevia decisivo in cui, per dirla in modo spiccio, la democrazia rappresentativa con al centro i partiti si trova sotto attacco da due lati: da un lato i populisti – che pensano vi sia solo un’autentica e omogenea volontà popolare; dall’altro i tecnocrati, che sostengono che ci sia una sola risposta politica giusta per ogni problema. Entrambi negano la legittimità della partigianeria e del conflitto, mentre la democrazia si poggia su verità relative, non assolute. 
Detto questo, è comprensibile che in Italia e in altri paesi europei, molta gente sia stanca dei comportamenti dei partiti. Appoggiare l’idea di democrazia rappresentativa con partiti non significa che non si possano criticare i partiti esistenti e i loro fallimenti. Sto solo sottolineando che la democrazia senza partiti è un’illusione, e che piuttosto che indulgere nella fantasia di sbarazzarsi di tutti i partiti, dovremmo concentrarci su problemi concreti – come la trasparenza del finanziamento ai partiti.

LIMES. Crede che gli odierni partiti europei possano portare a una vera e propria europeizzazione della politica?
MÜLLER. Non è impossibile. Penso che la crisi dell’euro abbia aumentato la consapevolezza dell’interdipendenza nell’Unione Europea e che i partiti potrebbero sfruttare questa consapevolezza. Dopo tutto, i cittadini ora si rendono conto che le decisioni prese nelle lontane Bruxelles e Francoforte hanno un impatto reale sulle loro vite. In questo senso, potrebbero considerare l’elezione europea una questione veramente europea, e non solo un’ottima opportunità per un voto di protesta nazionale senza conseguenze reali.
Anche il conflitto tra i partiti filo-europei e anti-europei – per dirla in estrema sintesi – potrebbe essere molto utile in questo: come sottolineato da Albert Hirschman e, molto tempo fa, da Machiavelli, i conflitti possono aiutare a chiarire ciò che è veramente in gioco e, in ultima analisi, potrebbero effettivamente aumentare la coesione politica.

LIMES. Il 2013 è stato l’anno dello “shutdown” degli Stati UnitiLei ha scritto che il 2014, dato il probabile successo delle forze antieuropee, potrebbe portare a uno “shutdown” europeo. Vede differenze rilevanti tra i partiti antieuropei, per esempio tra movimenti come Alba Dorata in Grecia e il Movimento Cinque Stelle in Italia, considerando che proprio quest’ultimo ha affermato di aver salvato l’Italia dall’emergere di nuovi partiti fascisti e nazisti? 
MÜLLER. Empiricamente, è ancora piuttosto improbabile che i partiti al di fuori di quello che finora veniva considerato il mainstream europeo ottengano abbastanza voti da provocare un vero “shutdown” dell’Unione Europea. Il punto è l’effetto simbolico: le élite europee sentiranno di non poter intraprendere nulla di ambizioso, perché altrimenti l’euroscetticismo aumenterebbe ulteriormente. 
In questo senso, la situazione non è diversa da quella degli Stati Uniti: dopotutto, al contrario di quel che viene suggerito dai media, non esiste nessuna entità chiamata “Tea Party” che conta milioni di membri – questa è una leggenda. Eppure, l’effetto simbolico del Movimento Tea Party è stato enorme.
In secondo luogo, è un errore mettere sullo stesso piano partiti e movimenti molto diversi tra loro nel calderone “antieuropeo”. Dobbiamo distinguere tra veri nazionalisti (o addirittura razzisti, come Alba Dorata) e tra partiti e movimenti che potrebbero essere critici verso aspetti particolari dell’Ue, come l’attuale governo dell’Eurozona, ma che in generale non sono contro l’ideale di un’“Unione sempre più stretta”. Credo che le élite europee dovrebbero prendere sul serio le rivendicazioni e le critiche di queste forze: respingerle con l’accusa di “antieuropeismo” non farà che aumentare tra i cittadini la sensazione di trovarsi davanti a élite che sono, in ultima analisi, antidemocratiche e illiberali, proprio perché rifiutano il libero dibattito sulle questioni politiche fondamentali.

di Alessandro Aresu

http://temi.repubblica.it/limes/leuropa-non-ha-strumenti-per-affrontare-le-minacce-alla-democrazia/58365

Scritto da Redazione

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