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A questa Europa manca l’anima popolare

Alcuni anni fa si discuteva dell’anima cristiana dell’Europa, con politici ed opinionisti divisi sull’ipotesi di inserire nella nascente Costituzione europea un richiamo alle radici giudaico-cristiane. In realtà a questa Europa manca l’anima popolare. Infatti, nell’ultimo secolo, nessuna rivoluzione ha attraversato il vecchio continente a testimoniare l’anelito verso l’unità dei popoli europei, mentre ricordiamo ben due tragiche guerre mondiali.

Piuttosto, si è trattato di un’operazione di vertice, voluta dalle élite e dai governi, un’unione a freddo tra realtà disomogenee, per cultura, sistemi politici ed economici. L’accelerazione dell’unificazione, avvenuta dopo il crollo dell’URSS, e l’introduzione della moneta unica, costituiscono l’origine di molti problemi attuali. L’Euro doveva essere l’obiettivo finale di un lungo processo di mediazione e d’integrazione, e non lo strumento di convergenza per costruire ed allargare l’area di influenza europea.

Da questo passaggio, errore per alcuni, cinico piano per altri, l’Europa ha imboccato una china pericolosa, almeno per i cittadini dei vari paesi. Senza una vera unione politica il potere è stato assunto dalla finanza. La Banca centrale europea: raccomanda, ammonisce, e in casi estremi commissaria governi e parlamenti nazionali. L’esempio l’abbiamo avuto con la famosa lettera della BCE dell’agosto 2011, inizialmente nascosta, poi resa pubblica dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in cui si chiedeva perentoriamente al governo italiano di attuare pesanti controriforme in tema di: lavoro, pensioni, pubblico impiego. Sappiamo come è andata a finire: le dimissioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il passaggio di mano al governo dei tecnici guidato dal Professor Mario Monti, con la regia, o complicità, del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Quello che potrebbe apparire anche ad un semplice osservatore come un golpe bianco è ormai la normalità in Europa. Il resto è cronaca di questi giorni, ovvero il governo delle larghe intese, del “non c’è alternativa”, con il tradimento del mandato elettorale da parte del PD e del PDL. Non si tratta comunque di una prima visione, il film è sempre quello greco. La patria della democrazia è stata il primo laboratorio dei nuovi stregoni europei. Il giochetto è semplice, si svuota il ruolo dei parlamenti, si calpesta la sovranità nazionale, si impongono governi tecnici o di coalizione, si emarginano le opposizioni, si addomesticano i sindacati, si chiamano privilegi i diritti, si privatizza ad oltranza ed infine si infila un cappio al collo, detto debito pubblico, per annullare qualsiasi resistenza. Qual è lo scopo di questo disegno perverso? Saccheggiare, schiavizzare, per fare nuovi profitti. Finora il capitalismo ha prosperato solo con la violenza e la colonizzazione.

I tempi cambiano, ed i carri armati sono stati sostituiti dalla speculazione finanziaria. Certo, ci sono ancora molte guerre regionali, dove i regimi capitalisti si precipitano in nome della “guerra umanitaria”, per “difendere la pace” contro il terrorismo. E’ successo nella ex Jugoslavia, con il bombardamento di Belgrado, in Iraq, in Afghanistan e più recentemente in Libia. Il capitalismo per prosperare ha bisogno di sangue e terre vergini. Si tratta dello stesso sistema “imperialista” che porta l’Europa del Nord a cannibalizzare l’Europa del Sud. E la sinistra cosa fa per evitare questo scempio? Dispiace dirlo, ma non fa niente!

La “sinistra” è corresponsabile quanto e forse di più della destra dell’asservimento verso le classi dominanti, “i nuovi tiranni” per dirla con John Berger. Nel nostro paese i primi a mettere in discussione i diritti dei lavoratori sono stati proprio i governi di centrosinistra, così come i più tenaci sostenitori dei tecnici e poi delle larghe intese e delle politiche di austerità si trovano tra gli eredi del più grande partito comunista d’Europa. Ultimamente si parla di una riscossa  del Partito Democratico per via di alcuni risultati positivi nelle amministrazioni locali, vero, ma vince perdendo le elezioni, mi spiego meglio: come si fa a chiamare vittoria un risultato dove un elettore su due non si reca alle urne? La competizione è falsata, ma per i partiti va bene così, un po’ come succede negli USA dove vota solo la metà degli aventi diritto. Convergere al centro, spazzare via i residui dell’ideologia, rinnegare la propria storia e identità è l’imperativo della pseudo sinistra italiana e non solo. Senza l’avanguardia del partito, senza reti familiari e sociali, i lavoratori restano soli, esposti ad un attacco dei loro diritti senza precedenti. Novelli servi della gleba, per giunta senza terra, devono cedere ai ricatti dei padroni per continuare a lavorare, il caso Fiat è significativo. Meno diritti, flessibilità, più lavoro, altrimenti l’azienda delocalizza. Per non parlare di tutti quei giovani per cui l’ingresso nel mondo del lavoro rimane un miraggio. Cosa fare? Innanzitutto è necessario unire le lotte, alla globalizzazione neoliberista del capitale bisogna contrapporre la globalizzazione della solidarietà. Se la crisi economica che tiene sotto giogo il mondo intero è una guerra, allora è un dovere resistere. “Popoli d’Europa sollevatevi”, dall’Acropoli di Atene alle piazze in rivolta, dobbiamo far rinascere la democrazia!

di Emanuele Bellato, Direttore de Il Popolo Veneto

Scritto da Redazione

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