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Precariato e patrimonio culturale in Italia. Un infelice binomio

Il patrimonio culturale italiano, tra i più importanti al mondo, innegabilmente costituisce una delle prime risorse economiche del paese. Nonostante ciò, bisogna considerare che il problema della valorizzazione e della tutela di questa immensa ricchezza culturale, artistica e archeologica non sempre viene adeguatamente affrontato, soprattutto se facciamo un confronto con l’estero.

In Italia, infatti, trattare tematiche come ricerca, valorizzazione e tutela di questa risorsa significa addentrarsi in un ambito variegato e complesso. Il nostro patrimonio meriterebbe una maggior considerazione, soprattutto se teniamo conto dell’enorme potenzialità che tutto ciò avrebbe in ambito occupazionale.

Ogni anno in Italia si laureano in “Beni Culturali” moltissimi giovani, ma soltanto una minima percentuale di essi riesce a trovare un lavoro nel suo specifico settore. Ancora più complessa è la situazione per coloro che sperano di trovare un’occupazione nel comparto pubblico dei Beni Culturali. Situazione confermata dai dati Istat, secondo i quali, in confronto alla media, i dottori in Conservazione dei Beni Culturali hanno maggiore difficoltà a trovare lavoro dopo la laurea, presentando quindi un più alto tasso di disoccupazione. Inoltre, l’occupazione nel settore dei Beni Culturali è caratterizzata da una elevata incidenza del lavoro atipico, part-time e stagionale e da scarse retribuzioni.

In Italia, pertanto, per le professioni del patrimonio culturale è vera emergenza: mentre l’Università da decenni rilascia titoli di studio privi di sbocchi nel mercato del lavoro, la questione occupazionale è caratterizzata sempre più da una drastica riduzione del personale tecnico-scientifico qualificato all’interno delle istituzioni per la conservazione e la valorizzazione.

A peggiorare ulteriormente la situazione sono i pesanti tagli di risorse operati dalle leggi finanziarie degli ultimi anni per fronteggiare la crisi economica, penalizzando l’occupazione, le condizioni di lavoro, la professionalità e l’entusiasmo di tanti giovani, e sottovalutando l’enorme opportunità di crescita economica e sociale che i Beni Culturali potrebbero offrire.

Proprio sulla valorizzazione di questa immensa ricchezza l’Italia dovrebbe costruire una strategia di sviluppo sostenibile per l’oggi e per il futuro. Per questo è necessario che chi vi opera per tutelarlo, conservarlo, promuoverlo e gestirlo abbia a disposizione adeguati investimenti e, soprattutto, riconoscimento professionale, al fine di preservare opere d’arte e architettoniche, siti e parchi archeologici, musei, biblioteche e archivi, molti dei quali, versando purtroppo in uno stato di incuria e di abbandono, sono a rischio di crollo e di chiusura.

Tutto ciò è sintomo di un impoverimento culturale della nostra società che dovrebbe allarmare non solo gli operatori del settore, ma tutti i cittadini e le istituzioni educative e formative. Si dovrebbe, quindi, investire nei Beni Culturali e nella cultura in generale e garantire le necessarie risorse al fine di costruire reti di intelligenza diffusa, saperi e competenze.

Il precariato nel mondo del patrimonio culturale italiano è, quindi, un precariato che provoca effetti infelici: “taglia le gambe” a più generazioni, sopprime idee e prospettive, portando progressivamente alla distruzione di quanto viene ostentato come il nostro tesoro. Ciò vale per tutte le categorie: archeologi, storici dell’arte, archivisti, bibliotecari, restauratori e antropologi.

Fino a quando non ci si scontra con l’effettiva realtà lavorativa, si è convinti che in un paese come l’Italia sia pressoché impossibile non impiegarsi, visto l’enorme patrimonio posseduto da tutelare e valorizzare.

Il quadro è ancora più desolante se si esamina la figura professionale dell’archeologo, continuamente svilita e non riconosciuta. L’archeologia è un settore lavorativo che potrebbe garantire l’impiego di molti esperti in una materia di lunga tradizione nel nostro Paese, ma che viene quotidianamente screditata da pratiche di assunzione scandalose e mal retribuite.

Da un’indagine condotta sullo stato di manutenzione dei siti archeologici per la Corte dei Conti, è emerso che in Italia i luoghi archeologici (tra siti, monumenti e musei ) sono più di 2.500; su 911 siti tutelati dall’Unesco in tutto il mondo, ben 44 (il 5 per cento) sono italiani. Nessun altro paese ne ha così tanti, eppure in Italia gli archeologi attivi sono solo 5mila. Faticano a trovare lavoro, quando lo trovano di solito si tratta di una collocazione precaria e sottopagata. Sempre più spesso abbandonano la professione per esasperazione o per bisogno di un reddito più sicuro, o per entrambe le motivazioni.

Gli archeologi dovrebbero essere impiegati all’interno degli uffici tecnici degli enti territoriali e dei musei statali e civici, ma queste strutture spesso non sono in grado di assicurare lavoro con continuità. Secondo i dati del II° censimento nazionale condotto dall’Ana, infatti, gli archeologi assunti nella pubblica amministrazione sono soltanto il 6%; quelli assunti nel settore privato con contratti di tipo subordinato l’8%. Molti archeologi sono costretti a diventare tecnici di scavo archeologico, ossia semplici operatori archeologici, oppure a collaborare sporadicamente con Musei, Università e Soprintendenze.

Nel primo caso, la maggior parte degli archeologi lavora come operatore archeologico durante i numerosi scavi condotti all’interno di quei cantieri edili in cui è necessario un intervento tempestivo e veloce per scavare e documentare siti archeologici che altrimenti verrebbero distrutti dalle attività edili o urbanistiche (scavo di emergenza). Poche volte, invece, il lavoro si espleta in cantieri progettati e concepiti espressamente ai fini di una ricerca storico-archeologica (scavo di ricerca). Nel secondo caso, nel ruolo di collaboratore museale o di altre istituzioni, un archeologo è obbligato per necessità a lavorare unicamente con contratti Co.co.co, Co.co.Pro, a partita Iva o con collaborazioni occasionali.

Il quadro che si può ricavare da questa breve descrizione è desolante, in quanto la precarietà insita in questa categoria di lavoratori non assicura una sufficiente continuità lavorativa e una soddisfazione professionale. Di conseguenza moltissimi studiosi, sfruttati, mal pagati e non riconosciuti, nel corso degli anni abbandonano la propria professione e passione per potersi sostentare.

Ci si vanta, quindi, di un patrimonio culturale, artistico e archeologico enorme e si è fieri quando i turisti di tutto il mondo nominano Pompei o il Colosseo, ma a che serve se la comunità nazionale in primis non riconosce e tutela il loro reale valore? È questo l’argomento su cui bisognerebbe riflettere perché al crollo di Pompei, resistita al Vesuvio del 79 d.C. ma non alla classe politica odierna, e all’abbandono di molti siti archeologici corrisponde l’amarezza, la rabbia e la delusione di molti giovani studiosi che lottano per la loro legittimazione professionale. Infatti, oggi in Italia un archeologo non ha un riconoscimento come figura professionale e si trova spesso a dover fronteggiare numerosi problemi, senza essere però tutelato. Le stesse Soprintendenze non pianificano più scavi per scopi di ricerca storica ma solo per interventi di archeologia preventiva al fine di preservare siti al limite del crollo o in occasione della creazione di strade, ponti e infrastrutture.

L’archeologia, in realtà, viene vista come una professione solo dagli archeologi, i quali vengono comunemente considerati sognatori dai più clementi, inesorabili disoccupati dai più realisti. Soltanto questa professione sembra essere “sostituibile” e, soprattutto, alla portata di qualsiasi dilettante che vuole vivere e sperimentare il brivido della scoperta. A svilire e svalutare ulteriormente tale professione, il cui ruolo e peso evidentemente non sono chiari all’interno stesso del MiBAC, è stata anche la recente proposta di quest’ultimo di chiamare a raccolta i volontari per la notte dei musei del 18 maggio. Tale episodio attesta come la professionalità degli archeologi venga tranquillamente sostituita anche con il volontariato. Ciò suscita rabbia e frustrazione, in quanto professionalità formatesi in anni di università, di scuole di specializzazione e di master , soppiantati da volontari non professionisti, sono costretti ad abbandonare il sogno di dare un contributo al risveglio culturale del Paese.

La cultura potrebbe portare valore aggiunto in termini di ricaduta sia economica sia sociale. Se si esaminasse la questione in modo approfondito e con maggiore interesse, si potrebbero reperire le risorse necessarie atte a dare lavoro ad un’intera generazione di laureati in Beni Culturali. E’ stato più volte ribadito che la cultura è il nostro petrolio, anzi, meglio, non inquina, non provoca guerre, ma è una fonte preziosa ed inesauribile di cui ognuno dovrebbe prendersi cura.

di Maria Vittoria Trozzi
Archeologa

Scritto da Redazione

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