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La diseguaglianza fa male all’economia. Uno studio del FMI smonta un altro mito

Nei giorni scorsi il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha pubblicato uno studio interessante, effettuato da Ostry, Berg e Tsangaridesi, che smentisce in maniera cauta, ma chiara, molti dei luoghi comuni riguardo gli effetti sulla crescita di diseguaglianza e politiche redistributive.

La vulgata corrente è che la diseguaglianza non è necessariamente giusta ed etica, ma efficiente ed addirittura indispensabile per il funzionamento del capitalismo. Gli economisti classici, a partire da Ricardo l’hanno sempre indicata come uno dei motori del capitalismo ed allo stesso tempo come un fattore di instabilità. Per Marx, come per lo stesso Ricardoii, capitalismo e democrazia erano infatti incompatibili, perché una società democratica avrebbe inevitabilmente spinto per una redistribuzione massiccia di ricchezza e reddito, espropriando i capitalisti e dunque minando le basi del sistema economico.

Con l’avvento del capitalismo democratico, invece, si cominciò a pensare che la diseguaglianza fosse un problema transitorio che si sarebbe risolto naturalmente. La curva di Kuznetsiii, a forma di U invertita, ha spiegato per decenni che durante la fase di accumulazione (o modernizzazione) che porta allo sviluppo capitalista, la diseguaglianza sale – da una situazione di povertà generale si passa alle differenziazioni salariali e alla crescita del capitale – ma, una volta raggiunto un certo grado di sviluppo, e con la piena occupazione, i salari salgono e i governi democratici sono spinti ad una generale redistribuzione.

Quanto alla moderna economia marginalista, non ha mai discusso troppo di diseguaglianza, specialmente negli ultimi 30 anni. Come ben spiegato da Branko Milanoviciv, la diseguaglianza economica è un tema politicamente sensibile, e le ricerche in questo campo son sempre state scoraggiate. Ci si rifaceva, dunque, sempre ai classici: la diseguaglianza fa bene alla crescita perché è la sete di ricchezza – e di una vita migliore – a generare il genio e la voglia di investire ed innovarev. Dunque, la diseguaglianza è positiva perché crea gli incentivi al lavoro e all’investimento. Questo, naturalmente, ammesso che i detentori del capitale siano quegli imprenditori esaltati da Max Webervi e che anche Keynesvii aveva riconosciuto come motore dello sviluppo economico. Ben diverso sarebbe il caso, per esempio, in cui in più ricchi, invece di rischiare, invece di esser protagonisti di quell’etica protestante che li porta a lavorare sodo e non a godersi i propri beni, decidessero, come il più delle volte avviene, di accumulare ricchezza trasformando le loro operazioni da profit-making a rent-seeking.Un’ipotesi non proprio peregrina ma che viene sostanzialmente ignorata nella teoria economica neo-classica. Che preferisce esercitarsi, invece, sui danni della tassazione e della redistribuzione. Dunque, si dice poco sui meriti della diseguaglianza, ma si studia molto, invece, sui motivi per non ridurla. Le ipotesi sono quelle che ancora si rifanno alla teoria di Okunviii, secondo cui una tassazione maggiore riduce il reddito disponibile, i risparmi e dunque gli investimentiix – in sostanza più alte sono le tasse, minore sarà la disponibilità a lavorare o investire. Si tratterebbe, dunque, di un trade-off, in quanto ogni tentativo di ridurre la diseguaglianza porterà a perdite di efficienza. Quel che l’economia neoliberale suggerisce, dunque, è che è meglio una fetta piccola di una torta grande (un’economia diseguale che cresce velocemente) che una fetta un po’ più grande di una torta piccola (un’economia più giusta ma zavorrata dalle tasse e con troppi impedimenti al mercato).

Peccato che ci siano poche prove a corroborare tale tesi, come dimostrato dal recente studio dell’IMF. Non è vero, dicono gli economisti di Washington, che le società più diseguali crescono più velocemente e più a lungo. E’ vero, semmai, il contrario – società egalitarie hanno risultati migliori in termini di crescita – sono dunque più efficienti.

Questo però, di per sé, non sarebbe sufficiente a sostenere la bontà di politiche redistributive: infatti, ci viene detto, la pezza potrebbe essere peggiore del buco, le tasse alte potrebbero nuocere all’attività economica anche più della diseguaglianza. Anche questo, però, è negato dallo studio IMF, che non trova nessuna correlazione significativa – e, nel qual caso, comunque di segno positivo – tra crescita e innalzamento (modesto) delle tasse.

Insomma, il classico trade-off di Okun tra efficienza e diseguaglianza non esiste, i due obiettivi sono compatibili e le società più giuste sono anche quelle che funzionano meglio. Non si tratta di risultati completamente innovativi, ma sono sicuramente significativi. Da un lato, in passato, si era spiegato come certi tipi di redistribuzione, in spesa pubblica produttiva siano indispensabili per migliorare la qualità e la sostenibilità della crescita. In particolare, sanità e, soprattutto, educazione sono indispensabili per accrescere il capitale umano e, dunque, la produttività di un’economia – cosa che bisognerebbe forse ricordare di più in un momento in cui tutti gli stati europei, con l’eccezione della Germania, aumentano le rette universitarie. Inoltre, altri studi avevano illustrato come livelli eccessivi di diseguaglianza possano deprimere la crescita, rifacendosi però sempre a Okun e al classico problema di convivenza tra capitalismo e democrazia: infatti, di fronte ad una divaricazione eccessiva tra ricchi e poveri, il rischio è di creare instabilità politica che potrebbe imporre ad uno stato democratico politiche redistributive e tasse maggiori che ridurrebbero la crescita. Lo studio IMF fa un passo ulteriore: conferma che la diseguaglianza sia negativa per la crescita, ma non a causa della possibile redistribuzione. Lo studio rimane vago sulle spiegazioni dei risultati, ma certo apre un nuovo capitolo nel modo di considerare la distribuzione del reddito.

In fondo, che la diseguaglianza fosse un problema lo si sapeva ormai da diverso tempo. Piketty e Saezx e Reichxi, confrontando i dati sulla distribuzione del reddito in America avevano notato come i picchi maggiori di diseguaglianza siano avvenuti subito prima della grandi crisi finanziarie. La spiegazione si rifà, ovviamente a Keynes e al sottoconsumo: essendo il consumo una variabile dipendente del reddito disponibile, più il reddito è concentrato nelle mani di pochi, minore sarà la domanda aggregata, esponendo dunque il sistema economico a possibilità di crisi come nel 1929 e nel 2007. Nei decenni scorsi si era pensato di modificare artificialmente il legame tra reddito e consumo, attraverso il ricorso al credito, ma in realtà il punto è che è stata proprio l’ineguaglianza a generare la bolla speculativa dei subprimexii. E questo senza neanche contare come la diseguaglianza eccessiva deteriori la qualità della democraziaxiii, la trasformi in oligarchia – rovesciando per altro, appunto, la famosa curva di Kuznets – e trasformi la diseguaglianza stessa da fattore economico a fattore politico, autoriproducente grazie al controllo delle istituzioni.

Insomma, non ci sono possibili giustificazioni per il livello di diseguaglianza attuale: non favorisce la crescita, anzi, la rallenta; crea un disequilibrio tra domanda e offerta e contribuisce in maniera decisiva alla creazione di bolle speculative e alla successiva crisi. Al contrario, una politica redistributiva ben fatta aumenta il capitale umano, non influenza negativamente la crescita – smentendo la supposta relazione tra inasprimento fiscale e minori investimenti – e, attraverso una più equa divisione del reddito aumenta i consumi stabilizzando il mercato. Non ci sono davvero più scuse per aspettare.

di Nicola Melloni – http://keynesblog.com

Nicola Melloni, DPhil, Oxford, è Visiting Lecturer in International Political Economy a London Metropolitan University

NOTE

i ) Ostry, J., Berg, A., and C. Tsanigrades, Redistribution, Inequality and Growth, IMF Staff Discussion Note, February 2014 [link]

ii ) Ricardo infatti pur favorevole alle elezioni, era contrario al suffragio universale. Il diritto di voto sarebbe dovuto essere esteso solo a coloro che non erano interessati a sovvertire i diritti di proprietà (cioè solo ai borghesi/aristocratici possidenti). Vedi anche: Chua, A., The Paradox of Free Market Democracy: Rethinkign Development Policy, Faculty Scholarship Series. Paper 315. [link]

iv ) Milanovic, B., The Haves and The Have-Nots, Basic Book, 2011

v ) Lazear E.P. and S. Rosen, Rank Order Tournment and Optimum Labor Contracts, Journal of Political Economy, 89, 5, 1981

vi ) Weber, M., L’etica protestante e lo spirito del capitalismoBUR, 1991 (1905)

vii )cfr, Keynes, J.M., The economics consequences of peace, Penguin, 1971 (1920), in particolare il seguente passaggio: “In fact, it was precisely the inequality of the distribution of wealth which made possible those vast accumulations of fixed wealth and of capital improvements which distinguished that age from all others. Herein lay, in fact, the main justification of the Capitalist System. If the rich had spent their new wealth on their own enjoyments, the world would long ago have found such a régime intolerable”.

viii ) Okun, A.M., Equality and Efficiency: the Big Trade Off, Washington, Brooking Institution Press, 1975

ix ) Kaldor, N., A Model of Economic Growth, The Economic Journal, 67, 268, 1957

x ) Picketty, T., and E. Saez, Income Inequality in the United States, 1913-1998, The Quarterly Journal of Economics, 118, 1, 2003

xi ) Reich Robert, After-Shock, Knopf, 2010

xii ) Rajan, R., Fault Lines, How Hidden Fractures sill Threaten the World Economy, Princeton University Press, 2010

xiii ) Soci, A., Maccagnan A., and D. Mantovani, Does inequality harm democracy? An empirical investigation on the UK, Draft, 2014

Scritto da Redazione

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