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Italia, il momento di fare deficit

di Sergio Farris

L’economia italiana rallenta. Il terzo trimestre del 2018 si è chiuso con una variazione nulla. Anche per questo, molti sostengono che occorre proseguire lo sforzo verso la riduzione del disavanzo pubblico. Ma, in realtà, ciò sarebbe controproducente. Bene fa, il governo – in linea di principio – ad opporsi alle richieste della Commissione europea (diverso è il commento che si può fare in ordine alla qualità della manovra, il cui deficit nominale è fissato – sappiamo – al 2,4%).

Affinchè qualche settore dell’economia di un paese sia in attivo, bisogna che qualche altro settore sia in disavanzo. Ad es., perchè il governo sia in surplus occorre che esso tragga le risorse da quello privato e ne redistribuisca meno. Ci deve essere, insomma, un flusso netto di risorse dal settore privato allo stato.

E dove si procura, il settore privato, queste risorse? Le acquisisce in prestito dalle banche oppure le guadagna dalle esportazioni all’estero (in teoria, potrebbe anche ottenerle da una crescita economica con risorse inferiori, ma tale possibilità – essendo la velocità di circolazione della moneta prociclica – è in pratica nulla).

Se il governo insiste nel non volere espandere il proprio deficit, ma mantiene anzi un costante avanzo primario (come fa l’Italia), affinchè non cali il Pil occorre che ciò sia compensato dai prestiti al settore privato non bancario, dal valore delle esportazioni oppure da una combinazione di ambedue i fattori.

Ebbene, ecco quello che sta accadendo (i grafici vengono dal sito della Banca d’Italia): hanno smesso di incrementare sia il credito ai privati sia le esportazioni. E’ questo cambiamento a spiegare il calo della tenue ripresa che si era manifestata dall’anno 2015.

C’è un solo modo per uscirne. In alto il deficit! Ovviamente sarebbe meglio farlo – a differenza del presente e del recente passato – con spesa di qualità per investimenti piuttosto che con spesa corrente (come i vari bonus renziani) o con i soliti sgravi alle imprese. Infine: chi spiegherà all’attuale classe politica – nazionale e sovranazionale – i limiti del modello di sviluppo sul quale ha fatto affidamento?

Scritto da Redazione

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