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Quando Paolo Cinanni, il nemico numero uno del latifondo, fu isolato dal Pci.

Sidney Tarrow ha scritto che “le lotte per la terra dei contadini meridionali rappresentano gli avvenimenti più rivoluzionari nella storia italiana di questo dopoguerra”. In quelle lotte s’è tuffato Paolo Cinanni, divenendone uno dei protagonisti e degli storici più autorevoli. Amico di Cesare Pavese, fu lui a pronunciare l’orazione funebre di Carlo Levi.

Calabrese di Gerace, emigrato in Piemonte, dirigente del Pci, impegnato sui temi dell’emigrazione, in prima fila nella lotta per le terre in Calabria dal ’43 al ’53: quando i “cafoni” penetrarono nella storia, sfidando a viso aperto e disarmati la prepotenza dei latifondisti. Al tempo dell’antipolitica, quando l’essere populisti e demagoghi diventa persino un vessillo da esibire alla pubblica opinione, riscoprire figure come quella di Paolo Cinanni costituisce in fin dei conti anche un modo per provare a disintossicarsi dagli effetti venefici di una politica (e di un certo tipo di narrazione sul Sud che fa presa nei media e nell’editoria) spesso inconcludente ed autoreferenziale. Nato a Gerace il 25 gennaio 1916, Cinanni ha incarnato alla perfezione la figura del dirigente comunista, in quel “partito nuovo” che saprà essere protagonista della vita nazionale per quasi un cinquantennio. Al partito di Togliatti aveva aderito già nel 1940, a Torino, dove a 13 anni era emigrato con la famiglia. Da garzone in una vetreria a fattorino in un negozio di scarpe, il suo impatto con la grande metropoli non fu certo entusiasmante: tanta fatica per poche lire al giorno. Poi il brutto incidente, che lo segnerà per sempre, nel fisico, ma anche nello spirito. È il 1930, il 24 giugno. Di ritorno dal lavoro viene investito da un tram che gli spezza la gamba sinistra. Amputazione, decidono i medici. Aveva appena compiuto 15 anni. Sono anni duri per Cinanni, costretto ad affrontare anche una grave forma di pleurite e a sopportare il peso della dipartita di due sorelle, entrambe uccise dalla tubercolosi.
Ma il destino aveva riservato di più a quel ragazzo calabrese, cui non mancavano certo intelligenza e desiderio di riscatto. Decisivo fu l’incontro, casuale, con Cesare Pavese, intanto ritornato a Torino dopo il confino in Calabria.

Tra i due nasce un’amicizia sincera, un sodalizio politico-intellettuale, vissuto da Cinan ni come l’allievo vive il suo rapporto col “maestro”. Cambia tutto. Il ragazzino di bottega scopre il gusto della lettura, si appassiona alla politica, inizia a frequentare gli ambienti antifascisti piemontesi, conosce personalità del calibro di Ludovico Geymonat e Leone Ginzburg, entra a far parte del Pci clandestino.
Il suo ruolo nella Resistenza sarà enorme. Dall’organizzazione delle brigate partigiane nel cuneese agli incarichi di direzione a Milano tra le fila del Fronte della Gioventù, guidato da Eugenio Curiel. Il 25 aprile lui è lì, nel capoluogo lombardo, partecipa all’insurrezione, occupa insieme ad altri compagni del Fronte la tipografia della Gazzetta dello Sport e stampa il primo giornale della Milano liberata, mentre per le strade ancora si spara.
A guerra finita Cinanni entra nel Comitato Centrale del PCI (fu Giorgio Napolitano a comunicargli la nomina), occupandosi di problemi legati al mondo contadino. Sono gli anni delle occupazioni delle terre e della riforma agraria, anni di dure lotte e di pesanti repressioni. E’ in questo contesto che Cinanni teorizza anche per la questione agraria la formula dello “sciopero a rovescio”, già sperimentata comunque in altri ambiti, sia lavorativi che geografici. L’idea è questa: se un operaio, per protestare, deve astenersi dal lavoro, un disoccupato sciopera lavorando. Nel caso dei contadini, calabresi e non solo, lo “sciopero alla rovescia” si attua marciando sulle terre incolte dei latifondi, picchettando i terreni per suggellarne la presa di possesso, iniziando al tempo stesso ad ararli ed a seminarli.
Cinanni si occupò della questione agraria non solo organizzando le lotte dei contadini, ma scrivendone da “intellettuale organico”, che nel frattempo era diventato.

La sua idea era che a quelle lotte, spesso cruente, non era seguito un mutamento reale del regime proprietario e delle condizioni di vita dei contadini, ma solo degli aggiustamenti funzionali, che servirono peraltro ai governi democristiani del tempo per consolidare ed estendere il proprio potere di condizionamento elettorale presso le larghe masse di contadini meridionali bisognose di risposte immediate.
Lo spiega bene Umberto Terracini, nella sua prefazione al libro di Cinanni Lotte per la terra e comunisti in Calabria (1943-1953): “Paolo Cinanni si persuase infatti che, per assicurare alla riforma agraria un fondamento ineccepibile di diritto sollevando nel contempo l’Erario pubblico del peso schiacciante di ogni indennità di esproprio, bisognava innanzitutto e subito , grazie alla congiuntura politico sociale conseguita alla guerra, al rovesciamento della dittatura e alla incombente auspicata radicale trasformazione istituzionale, rievocare alla collettività contadine, l’immenso patrimonio fondiario che con la violenza e con l’imbroglio, erra stato loro sottratto. Ma la sua concezione, valida in punto di diritto e suffragata dalle ricerche storiche da lui sempre più approfondite, non trovò recepimento non dico nelle cerchie del potere ufficiale e costituito ma neanche presso le direzioni dei partiti asserentesi democratici e progressisti – il suo stesso compreso – e nei centri maggiori dell’organizzazione sindacale”.
Come è stato più volte ricordato, per Cinanni le lotte contadine che si svilupparono nell’immediato dopoguerra dovevano costituire il grimaldello per il raggiungimento di obiettivi più generali, e, nello specifico, dovevano condurre ad una più organica riforma agraria per allargare la base lavorativa e produttiva della regione. Non fu così. Dopo i fatti di Melissa del 1949, come lo stesso Cinanni ricorderà, il governo De Gasperi fu “costretto” a prendere in considerazione il problema della “riforma”, ma non andò in profondità nella lotta al latifondo e nella riparazione delle usurpazioni demaniali seguite all’eversione della feudalità. Né il Pci se la sentì di spingere più di tanto su questo versante. Quelli del “centro”, peraltro, erano refrattari a riconoscere una “specificità” meridionale nell’ambito delle lotte operaie e contadine, pensando primariamente ad una dimensione nazionale della lotta di classe. Questa diversità di veduta sul ruolo delle classi subalterne del Sud nella più ampia articolazione del conflitto di classe su scala nazionale sarà alla base di non poche incomprensioni tra Cinanni e il partito. E con Amendola in particolare.

Lo ricorda Franco Adornato nella sua prefazione a Il Partito dei lavoratori, quando cita le parole che Giorgio Amendola ebbe per Cinanni nel suo libroLettere a Milano: “Testardo e cocciuto nelle discussioni – e me lo sono spesso trovato di fronte – puntiglioso e suscettibile, ha finito per questo suo difficile carattere, col non essere sempre apprezzato come meritava”.
In verità il contrasto tra Amendola e Cinanni non fu di tipo caratteriale, ma politico, proprio sull’interpretazione da dare alle lotte dei contadini meridionali nell’ambito del movimento per l’occupazione delle terre.

Diversamente dal dirigente napoletano, Cinanni pensava che quelle lotte dovessero avere una valenza “progettuale”, servire, in altri termini, ad una più complessiva rinascita del Sud. La sua idea era che la lotta per l’occupazione delle terre dovesse diventare funzionale ad un raccordo del Mezzogiorno col resto del paese, col nord industriale ed operaio, nell’ottica di una “effettiva unificazione delle due Italie”. Rimase isolato. Oggi sono in tanti a riconoscere che tanti dei problemi del Sud, e la stessa questione meridionale, affondano le loro radici nell’irrisolta questione agraria.
Non è stato facile, insomma, il rapporto di Cinanni col Pci e a dimostrarlo sono alcuni episodi che lo videro protagonista anche negli anni successivi. Nel 1965 è chiamato a Roma da Giancarlo Pajetta, nel frattempo nominato direttore di Rinascita. Cinanni si sarebbe aspettato un coinvolgimento nella redazione, ma dovette accontentarsi di un incarico di “promozione e diffusione” del giornale. Lo dirà chiaramente qualche più tardi: “Ritenevo forse un po’ ingenuamente, che il partito avesse interesse ad introdurre nel collettivo di intellettuali di Rinascita un compagno di origine proletaria e meridionale, che aveva accumulato una certa esperienza in grandi lotte di massa”.
L’anno dopo fu escluso dal Comitato Centrale e il suo impegno, politico ed intellettuale, si diresse verso le problematiche dell’ emigrazione. E proprio da membro dell’Ufficio emigrazione del Pci, insieme a Carlo Levi, diede vita nel 1967 alla Federazione Lavoratori Emigrati e Famiglie (FILEF). Levi ne diventerà presidente e Cinanni vicepresidente. Questa esperienza comune li legherà in una “vivificante amicizia”, come lo stesso Cinanni scrisse più tardi, fino alla morte del noto scrittore e pittore, sopraggiunta nel 1975.

Un anno dopo che Cinanni aveva dato alle stampe Emigrazione e unità operaia, che recava la sua prefazione. La FILEF ebbe una funzione fondamentale per tanti emigrati italiani, soprattutto oltreoceano, che in essa trovarono un riferimento importante per mantenere un legame con la madrepatria e, in alcuni casi, per sfuggire alla repressione di violenti regimi dittatoriali in America Latina.
Come sempre accadde nella sua esperienza di dirigente politico, anche per la questione dell’esodo degli italiani all’estero, Cinanni non si limitò ad un ruolo politico-organizzativo. Nel 1967 uscì per i tipi di Editori Riuniti il saggioEmigrazione e Imperialismo, che rappresenta senza dubbio il momento più alto della sua riflessione sulla storia e le condizioni materiali di vita delle classi subalterne. Il libro sarà tradotto nel 1972 anche in tedesco. La tesi di Cinanni sull’emigrazione è questa: si è trattato di un gigantesco trasferimento di ricchezza dall’Italia e dal Mezzogiorno ai paesi di destinazione, senza niente in cambio. Le stesse “rimesse”, secondo l’autore, non incisero più di tanto sulle condizioni generali del Mezzogiorno.
Ma Cinanni non si ferma al rapporto tra emigrazione e sistema paese nel suo complesso: pregnante è anche la sua analisi dell’esodo alla luce del divario tra nord e sud della penisola. Un’analisi che muove proprio dalla Calabria, presa a riferimento per dimostrare come lo Stato unitario non abbia mai operato per un superamento reale del gap tra Mezzogiorno e resto d’Italia.
Sono i numeri a dimostralo, secondo l’autore, inequivocabili, pesanti come macigni. Infatti, se ragioniamo secondo uno schema ragionieristico del dare e avere, il quadro che viene fuori è indubbio.

Diciamolo con le parole dello stesso Cinanni: “Vorremmo, pertanto, concludere anche noi rifacendoci al concetto del bilancio, al dare e all’avere di una regione d’emigrazione come la Calabria: in tutta la nostra trattazione siamo venuti, in verità,facendo ciò, sia quando abbiamo dato gli indici della decadenza della regione, sia quando abbiamo portato le prove del fallimento della politica governativa verso di essa, ma qui vogliamo arrivare ai numeri stessi. Nella colonna delle entrate, vogliamo scrivere senz’altro i 120 milioni stanziati dalla legge speciale del 1906 (col supplemento dei 70 milioni ad essa destinati dalla legislazione ordinaria); vogliamo scrivere i 204 miliardi della legge speciale del 1955, più i 50 stanziati con la prima integrazione, e quanti altri potranno essere elargiti col provvedimento di proroga sino al 1980. Ma nella colonna delle uscite non possiamo non calcolare i due milioni di emigrati forniti dalla Calabria nel corso di un secolo: una ricchezza enorme, costituita da forze vive di lavoro, allevate e formate a proprie spese, e regalate alle altre regioni e paesi del mondo, perché producessero per loro nuova ricchezza. Abbiamo calcolato in 21,3 mila la media degli emigrati che hanno lasciato la regione in tutti i 90 anni in cui si è tenuto il conto: calcolando il costo di ciascuna forza di lavoro emigrata, secondo la media indicata dagli economisti, in sei milioni, noi avremo tutti gli anni, nella colonna delle uscite, l’enorme somma di 127.800.000.000 di lire, alla quale, per far quadrare il bilancio, dovrebbe corrispondere analoga cifra nella colonna delle entrate, con la doverosa detrazione di tutti gli spiccioli avuti sinora”.
A distanza di tanti anni, sia dall’uscita del libro che dai fatti che vengono presi in esame, quelle pagine conservano ancora un valore inestimabile ai fini della comprensione di quella che ancora oggi costituisce la “questione meridionale”.

Allo stesso modo quei dati offrono strumenti validi per smontare alcuni dei presupposti storico-economici di certe “lagnanze” del nord. Se anziché di “legge speciale” parlassimo di fondi Fas, o di redistribuzione delle risorse fiscali, ad esempio, il quadro che ne verrebbe fuori sarebbe assolutamente in linea con quello descritto da Cinanni quarant’anni fa. Prova ne è anche il diverso impatto che la recente crisi economico-finanziaria sta avendo sul Sud e sul Centro-nord, relativamente alla produzione netta ed ai livelli occupazionali.
Negli anni Settanta Cinanni si dedica quasi completamente allo studio, alla ricerca, all’analisi dei fenomeni sociali e politici che già l’avevano visto interessato negli anni passati. Nel 1973 inizia a collaborare con l’Istituto di Filosofia dell’Università di Urbino, subito dopo dà alle stampe un nuovo saggio, Emigrazione e unità operaia, con prefazione di Carlo Levi. Gira molto in questi anni, anche all’estero, partecipando a seminari e convegni in altri paesi d’Europa, tra cui principalmente la Germania. Non a caso negli anni Ottanta l’Università di Berlino gli conferirà il prestigioso incarico di compilare alcune voci dell’Enciclopedia del marxismo.
Cinanni muore nel 1988, a San Giovanni in Fiore. In quel paese della presila cosentina che l’aveva accolto e al quale aveva dato tanto, nelle lotte e nel sostegno alla crescita culturale delle nuove generazioni. Un aneddoto. Intorno alla metà degli anni Ottanta un gruppo di giovani sangiovannesi gli chiede di assumere la direzione di un foglio ciclostilato, che, per la legge sulla stampa, senza un direttore responsabile non poteva essere pubblicato. Su ogni numero del periodico era riportata la seguente frase: “Assumo la responsabilità richiesta dalla legge per la pubblicazione di questo giornale, per dare ai giovani un mezzo di libera espressione, nella convinzione che ciò servirà non solo alla loro propria formazione responsabile, ma alla causa della libertà e della verità”. Lo straordinario Rapporto Censis 2013, nel definire “sciapa” la società italiana, si sofferma acutamente anche sul Mezzogiorno e spiega con dati, cifre e percentuali la disgregazione del Paese ed il divario Nord/Sud, che non ha ragioni antropologiche ma economiche e sociali: “Forte è l’impressione che da ogni programma politico la questione meridionale sia stata di fatto derubricata (…) Il risultato finale è che il ritardo di sviluppo di sviluppo di questa parte del Paese può riassumersi con un triste ossimoro, ovvero come un inesistente problema irrisolto”. Irrisolto, anche perché i nodi strutturali del Mezzogiorno, alcuni fondamentali come quelli efficacemente indicati da Paolo Cinanni, non sono stati mai affrontati con scelte programmatiche organiche e definitive. E quando c’è stata l’occasione di tagliare le rendite, archiviare il latifondo e incidere in una degradante condizione di miseria generale gravata da ricchezze parassitarie, come quella volta che le masse contadine alzarono la testa pagando prezzi altissimi per cambiare la realtà, le classi dirigenti di questo Paese non si sono dimostrare all’altezza del compito.

di Luigi Pandolfi e Romano Pitaro

www.calabriaonweb.it

Scritto da Redazione

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