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Il caso Lega Nord: il surreale successo di un paradosso politico tutto italiano

Luigi Pandolfi, trentottenne politologo calabrese che predilige gli studi sulle stagioni politiche dell’Italia repubblicana, affronta la spinosa e attualissima tematica del leghismo in un saggio che, scansando elegantemente le insidie del già affermato e del già ribadito, affonda il bisturi lucido e affilato dell’indagine sociologica nelle viscere più oscure di un paradosso politico tutto italiano.

Il pregio più significativo di Lega Nord. Un paradosso italiano in 5 punti e mezzo (Laruffa editore, pp. 152, € 10,00) risiede proprio nella profondità di visuale che accompagna le riflessioni dell’autore. Nella premessa, infatti, Pandolfi chiarisce subito il suo intento, che è quello di ottenere «una più organica sistemazione dei fatti, delle contraddizioni, delle vere e proprie provocazioni, delle inqualificabili prese di posizione che in questi anni hanno reso assolutamente paradossale la vicenda della Lega Nord, fenomeno politico fra i più singolari della nostra storia repubblicana.» Non nuovo a indagini sociopolitiche di un certo spessore, Luigi Pandolfi ha pubblicato in passato Dalla lotta all’organizzazione. Il caso del PCI a Saracena (Il Coscile, 1997),Destra. Correnti ideologiche e temi culturali nell’Italia repubblicana(Il Coscile, 2000), Un altro sguardo sul comunismo, teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico (Prospettiva editrice, 2011).

Emarginati in Europa, dominatori in Italia

Nel primo capitolo del suo libro, Pandolfi si domanda (con una certa condivisibile inquietudine) come mai un movimento politico che adotta spesso e volentieri accenti xenofobi e razzisti e che è tenuto ai margini delle istituzioni in tutta Europa si trovi invece al governo nella Repubblica italiana. Siamo dunque un paese anomalo? Un caso clinico all’interno dell’Unione Europea? Pandolfi cerca di rispondere al quesito interpretando il fenomeno leghista sotto diversi punti di vista.
Una prima chiave di lettura è la paura: «Dai Protocolli dei savi di Sion ai richiami alla lotta contro il rischio di islamizzazione della nostra società, passando per le metafore nazionalsocialiste sugli ebrei-topi e le equazioni fra immigrazione e criminalità, gli obiettivi sono sempre gli stessi: fare leva sulla paura, a sua volta indotta dalla stessa propaganda, per lucrare consenso.»
Una seconda chiave è individuabile in una distorsione clamorosa del concetto stesso di integrazione degli immigrati. Secondo Pandolfi, l’idea di integrazione elaborata dalla Lega «è quella di assimilazione degli stranieri immigrati alla cultura, alle consuetudini, ai valori dei paesi ospitanti, non certo quella che si basa sulla valorizzazione della reciproca contaminazione culturale. Integrazione dunque non come fondamento di una nuova società multiculturale, bensì come subordinazione delle culture altre alla cultura dominante in un dato paese o territorio.»
In conclusione, lo scenario che si prospetta è decisamente inquietante: «la paura del diverso si fa sempre più pervasiva tra i cittadini, tra i ceti più deboli della nostra società: il diverso, lo straniero, è sempre più percepito alla stregua di un fastidioso untore, che minaccia il tranquillo svolgimento della vita nelle nostre metropoli», e tutto questo, sottolinea Pandolfi, «dimenticando che l’Italia è stato un paese di emigrazione, che centinaia di migliaia di nostri connazionali, milioni, hanno vissuto sulla propria pelle il dramma di essere considerati indesiderati in terra straniera.»
Un altro aspetto su cui le riflessioni di Pandolfi colpiscono nel segno è il rapporto fra il leghismo e la presunta difesa della civiltà cristiana contro la penetrazione islamica: «l’essere cattolici, per tanti militanti di destra, non ha significato mai adesione piena al Magistero di Cristo, ma piuttosto un modo di affermare il proprio legame con una certa idea di tradizione, europea, occidentale, i cui “valori”, anche di matrice pagana, si sarebbero espressi storicamente attraverso la mediazione e col sigillo del cattolicesimo, in quanto istituzione temporale.» Se ne deduce, in sostanza, che «il portato logico di una simile visione dei rapporti interetnici è la lotta ad ogni possibile penetrazione di culture altre nel grembo delle nostre società. È l’intolleranza al diverso, la presunzione della propria superiorità culturale e morale.»

Via gli immigrati… E l’economia del Nord?

Nel secondo capitolo del saggio Pandolfi si pone una ben precisa domanda: cosa succederebbe se, di colpo, i tre milioni di lavoratori stranieri del Nord Italia abbandonassero le infrastrutture produttive e le case private in cui svolgono la loro attività? Le conseguenze sarebbero apocalittiche, agghiaccianti: «Chiuderebbero le fabbriche e le aziende agricole; ci sarebbe una crescita vertiginosa di ricoveri di anziani e di disabili negli ospedali e la sanità, verosimilmente, andrebbe in tilt; sparirebbero badanti, baby sitter e colf e, com’è facile prevedere, nelle famiglie si scatenerebbe il panico; frutta e verdura, infine, rimarrebbero nei campi ad imputridire.» I lavoratori stranieri costituiscono una linfa vitale per l’economia italiana, e interromperne il flusso avrebbe un impatto catastrofico dal punto di vista congiunturale. A Milano, ricorda Pandolfi, metà dei lavoratori del settore edilizio sono stranieri, mentre in Veneto un terzo del fabbisogno di manodopera nelle concerie è coperto dagli immigrati, per non parlare dell’industria del pollame nel Veronese, in cui la percentuale dei lavoratori stranieri supera il 40%, e nelle miniere di porfido del Trentino metà dei minatori sono immigrati. Inoltre, contrariamente a quanto afferma la propaganda leghista, la piaga della clandestinità, spesso, è una conseguenza della crisi economica, che determina la perdita del posto di lavoro per l’immigrato regolare; mentre quasi sempre il percorso iniziato clandestinamente trova poi uno sbocco regolare, se la richiesta di manodopera torna a risalire.

Pulsioni secessioniste, Risorgimento e questione meridionale

Una delle caratteristiche più incisive, sotto il profilo storico e politico, del leghismo è la costante e virulenta diffamazione del Risorgimento. Lo stesso principio di Unità nazionale viene apertamente rimesso in discussione, nel nome di una presuntà identità padana dei popoli del Nord Italia, che li contrappone al Meridione del paese. Una combustione assai pericolosa: «gli eredi dei “briganti” da tempo si sono incaricati di difendere il vessillo tricolore, mentre i discendenti dei gendarmi piemontesi hanno indossato la camicia verde (perché verde poi?), autoproclamandosi vittime dell’Unità d’Italia!» sottolinea ironicamente Pandolfi. Logorare e disgregare i fattori storici della coesione nazionale attraverso un revisionismo spesso rozzo e menzognero è una strada che porta verso il baratro: «a 150 anni dall’Unità, queste cose, al netto di ogni pur legittimo, doveroso, giudizio critico sulle occasioni mancate, sugli errori e gli orrori che hanno segnato la storia italiana di questi decenni, dovrebbero essere ormai definitivamente acquisite al patrimonio collettivo della nazione. E invece…»

Ladroni lungo il Tevere o lungo il Po?

Forcaioli fino al punto di esibire un cappio in Parlamento nel bel mezzo della bufera di Tangentopoli, i leghisti rischiarono di finire anche loro stritolati nell’ingranaggio giudiziario di Mani pulite, quando, nel dicembre 1993, fu arrestato il tesoriere Alessandro Patelli con l’accusa di aver incassato una tangente dalla Montedison. E due anni dopo lo stesso.

Scritto da Redazione

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