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Si chiude la procedura di infrazione. Ma l’entusiasmo è fuori luogo

Scritto da Luigi Pandolfi. Postato in Editoriali

La Commissione europea ha formalmente chiesto la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo a carico dell’Italia. E in queste ore si sprecano i commenti entusiastici. Ma c’è davvero da fare salti di gioia? Cerchiamo di capirlo, con qualche affondo nella storia, nei numeri e nei trattati.

La procedura per deficit eccessivo (Edp) fu aperta nei confronti dell’Italia nel 2009,  quando l’asticella del deficit aveva superato di oltre due punti la soglia consentita del  3% del rapporto deficit/pil, per come stabilito  dal trattato di Maastricht.

Cos’è questa procedura? Si tratta di una sanzione che la Commissione europea può applicare a quegli stati che non rispettano specifiche norme contenute nei trattati istitutivi ed organizzativi dell’Unione, o, più in generale, nell’ordinamento comunitario nel suo complesso.

Cosa ha comportato concretamente? Detto in soldoni manovre annue di aggiustamento dei conti pubblici, fatte di tagli alla spesa pubblica, e tasse, sia dirette che indirette, nell’ordine dell’1% del Pil. Manovre, com’è noto, che hanno “risanato” i conti al prezzo di  scaraventare il paese in una crisi nera (recessione), la più grave dal dopoguerra. Una crisi che è nata dal debito, ma che è diventata poi crisi di domanda.

Con la chiusura della procedura si dice che l’Italia potrà contare su più risorse, da impiegare in politiche di stimolo alla crescita ed all’occupazione. E’ una previsione realistica? Beh, stando agli impegni che il paese ha assunto con l’Ue ed alle “raccomandazioni” che la Commissione ha fatto proprio in sede di chiusura della procedura, si direbbe proprio di no.

Vediamo perché. Intanto non c’è nessun automatismo tra la chiusura della procedura di infrazione e la possibilità di scomputare dal calcolo del deficit le cosiddette spese per investimenti produttivi. Anche perché la possibilità che  questa evenienza si materializzi è legata a negoziati di là da venire e non correlati con la questione di cui stiamo parlando.

In secondo luogo rimane in piedi l’obbligo del pareggio di bilancio in termini strutturali, quello imposto dal Fiscal compact insieme alla road map per l’abbattimento del debito nei prossimi vent’anni. Obiettivi che potranno essere conseguiti soltanto attraverso draconiane politiche di rigore, che impegneranno il paese, in termini di riduzione della spesa pubblica, per svariati miliardi di euro all’anno.

In questo quadro la “possibilità” di contenere le manovre di aggiustamento dei conti in uno standard dello 0,5% del Pil e non più in quello dell’1% previsto dalla procedura di infrazione non avrà alcuna ricaduta virtuosa sulla capacità dello stato di implementare nuovi e più proficui programmi di sviluppo dell’economia. Poi, come abbiamo visto, ci sono le “raccomandazioni” della Commissione, che, con l’introduzione del “Two pack”, le nuove norme sul controllo dei bilanci statali, avranno un valore assolutamente vincolante per quanto attiene alle decisioni nazionali in tema di finanza pubblica.

Queste “raccomandazioni”, ovviamente, non sono altro che una reiterazione  del canovaccio del rigore, la cui infrazione farebbe scattare nuove sanzioni. Scenario plausibile? Vediamo. L’affermazione secondo cui i benefici della chiusura della procedura si avranno a partire dal 2014 sottende che la percentuale del deficit scenderà il prossimo anno per effetto dell’aumento del Prodotto interno lordo.

E se nel frattempo l’economia non cresce? Se le previsioni sul Pil contenute nell’ultimo Def (Documento di Economia e Finanza) non dovessero trovare conferma nella realtà? Beh, in questo caso saremmo di fronte al classico cane che si morde la coda. Perché la recessione farebbe salire nuovamente l’asticella del deficit in rapporto alla ricchezza nazionale, ponendoci di nuovo fuori dai parametri imposti dalla Ue. Con la conseguenza che quest’ultima dovrebbe riaprire la procedura di infrazione appena chiusa. D’altronde le cifre ballerine sul Pil dei prossimi anni non lasciano sperare nulla di buono. Basta mettere a confronto le previsioni del Def varato dal governo Monti (-1,3% nel 2013,  +1,3% nel 2014) con quelle dell’Ocse (-1,8% per il 2013, +0,4% per il 2014) per rendersi conto di come certe stime siano assolutamente aleatorie.

Diciamolo chiaramente: all'interno delle gabbie che l’Europa ha creato non è possibile parlare di politiche anticicliche. Chiunque, anche chi non mastica di economia, può facilmente constatare che le due cose - restare all'interno degli attuali meccanismi di stabilizzazione della finanza pubblica e favorire la crescita - sono tra di loro incompatibili. Soprattutto se si considera l'eccezionalità della fase che stiamo attraversando, che richiederebbe politiche fortemente espansive dal lato della domanda.

La storia ci insegna che l’austerità va bene nei momenti di espansione, non in quelli di crisi. Di questi tempi stare a ragionare di decimali.

di Luigi Pandolfi

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